Chi lavora nella logistica lo sa bene: un camion fermo non è solo un mezzo che non parte, ma una catena di consegne che si inceppa. Negli ultimi mesi, in Italia, il trasporto su strada è sotto pressione per due ragioni diverse ma collegate, ossia la ormai cronica mancanza di autisti e, più di recente, le proteste degli autotrasportatori legate al caro gasolio. Per iniziare partiamo dai numeri europei, poi stringiamo un po’ la lente per focalizzarci sul nostro Paese.
La carenza di autisti in Europa: i numeri
Secondo l’indagine 2025 dell’IRU, l’Unione internazionale dei trasporti su strada, in Europa il 13% delle posizioni da autista di camion risulta scoperto, pari a circa 502.000 posti vacanti e in aumento rispetto al 12% della rilevazione precedente. Sempre secondo l’IRU, la mancanza di conducenti è la preoccupazione principale per il 65% degli operatori europei.
Il quadro non sembra destinato a migliorare in fretta. Si stima infatti che circa il 20% degli autisti europei andrà in pensione entro cinque anni, mentre gli under 25 rappresentano appena il 5% della forza lavoro e le donne solo il 4%. In altre parole, il problema non dipende dall’andamento della domanda di trasporto, ma da un ricambio generazionale che fatica a partire.
Mancanza di camionisti in Italia: un problema strutturale
Per quanto riguarda l’Italia, le associazioni di categoria stimano una carenza di circa 20.000-25.000 camionisti, a seconda della fonte e del metodo di calcolo. Ad esempio, una stima di Anita Confindustria riportata a luglio 2026 parla di 20.000 conducenti mancanti. Va notato che si tratta di valutazioni indicative, ma concordano tutte sulla direzione del fenomeno.
Il dato più significativo riguarda l’età: in Italia gli under 25 sono circa il 2,2% degli autisti professionali, mentre l’età media supera i 50 anni, contro i circa 47 della media europea. Tra le cause più citate ci sono il mancato ricambio generazionale, i costi per ottenere patente e qualificazione professionale, e uno stile di vita fatto di lunghe assenze da casa spesso non giustificate da una retribuzione adeguata. Di conseguenza, anche quando la domanda di trasporto c’è, non sempre ci sono abbastanza conducenti per soddisfarla.
Proteste degli autotrasportatori al Sud
In questo contesto già fragile si inserisce la cronaca delle ultime settimane. Nel mese di ottobre 2026 le proteste di autotrasportatori e agricoltori contro l’aumento del costo del carburante sono partite da Puglia e Calabria per estendersi a Sicilia, Basilicata, Campania e Molise, con presidi, blocchi stradali e mezzi fermi. Alla base della mobilitazione c’è il rincaro del gasolio, aggravato negli ultimi mesi dalla crisi internazionale legata allo stretto di Hormuz e dall’aumento dell’accisa sul diesel. Per le imprese di autotrasporto, che consumano grandi quantità di carburante, ogni aumento pesa direttamente sui costi quotidiani. Alcuni autotrasportatori siciliani hanno stimato perdite tra 700 e 900 euro al giorno per ogni mezzo fermo, un dato che mostra quanto la situazione sia delicata anche per chi sceglie di fermarsi.
Le misure adottate dalle istituzioni
Sul fronte degli interventi, il governo aveva già previsto un credito d’imposta fino al 70% della maggiore spesa per il carburante acquistato tra marzo e agosto 2026, calcolata rispetto al prezzo di febbraio. Il 22 ottobre il Consiglio dei ministri ha poi approvato un decreto-legge con aiuti per 175,2 milioni di euro, di cui circa 105 destinati all’autotrasporto, 60 all’agricoltura e 10 alla pesca. Nei giorni successivi i blocchi sono stati rimossi nella maggior parte delle regioni, mentre un incontro tra categorie e Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti si è svolto il 27 ottobre. La situazione resta comunque in evoluzione, ed è bene verificarne gli sviluppi prima di pianificare le spedizioni.
Le conseguenze per la logistica e come tutelare le tue spedizioni
Quali sono stati gli effetti concreti? Durante i giorni più intensi dei blocchi sono stati segnalati scaffali vuoti nei supermercati di diverse regioni, distributori senza carburante, ritardi nelle consegne e difficoltà negli approvvigionamenti, con ripercussioni anche su porti e collegamenti marittimi. Eni ha riferito che in Puglia circa 150 stazioni Enilive su 300 erano rimaste senza carburante. Analogamente, chi gestisce spedizioni export ha dovuto fare i conti con tempi di ritiro e consegna meno prevedibili.
Allo stesso tempo, è importante ricordare che la carenza di autisti non scomparirà con la fine delle proteste: resta un limite strutturale alla capacità di trasporto. Ciò significa che i margini di imprevisto, sulla strada come in ogni altra fase della filiera, sono più ampi di prima.
In sintesi, conviene pianificare con un margine di tempo maggiore, confrontare modalità e rotte alternative e mantenere un contatto costante con lo spedizioniere. Per concludere, se la tua azienda ha spedizioni in partenza o in arrivo dal Sud Italia e vuoi capire come ridurre il rischio di ritardi, non esitare a contattare CTI: il nostro team è a disposizione per una consulenza personalizzata sulla soluzione più adatta alle tue esigenze.









