Guerra in Iran e blocco stretto di Hormuz: le conseguenze per la logistica internazionale

03.05.2026
Mappa globale con evidenziate alcune rotte logistiche, con evidenziato l'epicentro della guerra in Iran, sottolineando il blocco dello stretto di Hormuz e le conseguenze per il settore della logistica.

La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele sta già ridisegnando in tempo reale le condizioni operative nel Golfo soprattutto per quanto riguarda continuità dei transiti, disponibilità di capacità e tenuta dei costi. Dal primo giorno di conflitto la logistica è entrata in “modalità crisi”, in particolare per due aspetti: la centralità dello Stretto di Hormuz per i flussi energetici e la rapidità con cui la sicurezza marittima è stata riclassificata in area ad altissimo rischio.

Il contesto, del resto, era già deteriorato da mesi. A giugno 2025 l’escalation tra Israele e Iran aveva rappresentato un precedente rilevante, con azioni militari e ritorsioni che avevano aumentato la soglia di allerta regionale, soprattutto per le infrastrutture critiche e i corridoi di transito.

Il 28 febbraio 2026 è però la data che apre questa nuova fase: USA e Israele hanno dato inizio alle ostilità con un attacco coordinato contro obiettivi in Iran, e la risposta iraniana ha avuto effetti immediati sul traffico commerciale. Le fonti operative per la sicurezza marittima (JMIC via UKMTO) hanno riportato attacchi con missili e droni contro navi mercantili nel Golfo e negli approcci a Hormuz, innalzando il rischio regionale a CRITICAL.

Da qui in avanti il punto non è cosa accadrà geopoliticamente, ma cosa succede alle catene di fornitura quando un’area così nevralgica diventa instabile. È su queste conseguenze, e sugli scenari più plausibili nel breve periodo, che ci concentriamo nelle prossime sezioni.

Chiusura stretto di Hormuz: cosa aspettarsi?

L’escalation su Hormuz ha già un effetto misurabile sui fondamentali della logistica: costo energia, costo del bunker, rischio operativo e disponibilità di tonnellaggio. Reuters ricorda che dallo Stretto transita circa un quinto del consumo mondiale giornaliero di petrolio; è il motivo per cui il mercato prezza subito qualsiasi peggioramento della sicurezza.

Sul fronte della chiusura, oggi convivono due livelli. L’Iran ha annunciato la chiusura e ha minacciato l’uso della forza contro le navi che provano a transitare. I centri operativi di sicurezza marittima (JMIC via UKMTO) non parlano di chiusura formale riconosciuta, ma descrivono un ambiente in cui si sono già verificati attacchi contro unità commerciali e in cui il rischio regionale è classificato CRITICAL. MARAD, dal canto suo, raccomanda l’evitamento dell’area quando possibile.

Per chi gestisce spedizioni container, il punto è che la rotta diventa instabile anche senza un blocco totale. Si entra in un regime in cui gli ETA perdono affidabilità, perché aumentano le decisioni conservative: attese, riprogrammazioni, variazioni di scalo, riduzione della velocità o transiti rinviati. Questo impatta subito la schedule reliability e sposta la gestione dalla pianificazione alla gestione dell’eccezione.

Il carburante è la seconda variabile che si muove rapidamente. Se il rischio resta elevato, il premio di rischio si riflette su energia e bunker, e rientra nei noli tramite adeguamenti carburante e componenti straordinarie legate alla sicurezza. Su tratte connesse al Golfo l’effetto è più diretto, ma la pressione sui bunker tende a propagarsi anche oltre, perché incide su costi di esercizio su larga parte dei servizi.

Infine, la capacità. In area ad alto rischio, la capacità commercialmente disponibile non coincide più con la capacità nominale: alcuni servizi vengono ridotti, alcune accettazioni vengono limitate, e la disponibilità di stiva diventa più selettiva. A quel punto i prezzi reagiscono come reagisce sempre il mercato quando l’offerta effettiva si irrigidisce.

Chiusura degli aeroporti e spazio aereo limitato

La prima conseguenza logistica del conflitto è stata la frammentazione dello spazio aereo in una sequenza di chiusure e restrizioni a breve scadenza, con effetti immediati su frequenze, instradamenti e capacità cargo. EASA ha emesso il 28 febbraio un Conflict Zone Information Bulletin per Medio Oriente e Golfo Persico, poi esteso il 2 marzo fino al 6 marzo, indicando l’area come ad alto rischio per le operazioni di volo.

Sul mercato, le conseguenze si sono viste nelle sospensioni e cancellazioni dei collegamenti verso vari scali del Golfo e del Levante, con riprese parziali e continuamente ricalibrate in base al quadro di sicurezza. Reuters ha documentato decisioni di stop e riduzioni operative da parte di più vettori internazionali.

Per la logistica internazionale il nodo è la capacità effettivamente utilizzabile: quando si riducono belly capacity e frequenze, lo spazio cargo si contrae e si concentra su corridoi alternativi più lunghi e più saturi, con pressione su tariffe spot e affidabilità delle conferme. L’impatto sul container arriva per via indiretta ma operativa: una quota di merce urgente rientra sul mare, mentre la riduzione di connettività aerea rende più complessa la gestione delle eccezioni, soprattutto per ricambi e componenti critici. Se la discontinuità dovesse proseguire, è ragionevole aspettarsi costi più alti per gestire l’urgenza e finestre di consegna meno stabili sulle filiere che usano il Golfo come hub o corridoio di transito.

Restrizioni sui booking nel Golfo e contrazione dell’offerta

Nel Golfo l’impatto è già visibile nelle policy dei carrier. Maersk ha sospeso l’accettazione di reefer e di alcune categorie di carico speciale o pericoloso da e verso diversi Paesi dell’area, indirizzando i clienti verso soluzioni alternative dove disponibili. Hapag-Lloyd ha sospeso i booking reefer da e verso Upper Gulf, Arabian Gulf e Persian Gulf e ha segnalato possibili ripercussioni operative sui movimenti nave e sulle attività portuali regionali.

Queste misure riducono l’offerta effettivamente utilizzabile e aumentano la selettività del carico, soprattutto sulle merci a maggiore complessità operativa. Reuters ha riportato che una quota rilevante della flotta container risulta rallentata o trattenuta nell’area di Hormuz e che alcuni vettori hanno sospeso i booking diretti al Medio Oriente, con rischio di accumuli e ritardi lungo i porti di collegamento.

Per gli shipper l’effetto immediato è una maggiore instabilità delle conferme e degli ETA. Aumentano le riprotezioni e diventa più probabile lo slittamento della merce sulla partenza successiva. Sul costo, oltre al nolo, entrano rapidamente componenti legate al rischio. Hapag-Lloyd ha annunciato una War Risk Surcharge applicata ai carichi da e verso, o in transito nell’area del Golfo. In questa fase conta soprattutto la continuità di servizio, con instradamenti sostenibili e lead time riallineati alle condizioni operative.

Assicurazioni e coperture in area di conflitto

In un’area classificata ad alto rischio, la continuità del servizio dipende prima di tutto dalle condizioni di assicurabilità. Se la copertura per rischi di guerra viene cancellata o rinegoziata a condizioni proibitive, la tratta resta teoricamente percorribile ma diventa commercialmente fragile. In questa fase, la differenza tra operare e fermarsi passa spesso da premi, franchigie, limiti di copertura e requisiti imposti da armatori, charterer e finanziatori.

Negli ultimi giorni più assicuratori hanno pubblicato avvisi di cancellazione delle coperture per i rischi di guerra nella regione. Gard ha emesso una notice of cancellation e Skuld ha pubblicato una comunicazione analoga, con efficacia dopo la finestra standard di notifica indicata nelle rispettive circolari. Reuters ha collegato questo movimento a un aumento dei premi assicurativi e a un ulteriore freno all’operatività, soprattutto nel Golfo.

Operativamente, la cancellazione non significa assenza di copertura in assoluto. Significa riapertura della negoziazione in tempi stretti, con condizioni più onerose e più selettive. In parallelo cresce la rilevanza del perimetro contrattuale, perché molte strutture di trasporto e chartering prevedono margini di deviazione o cancellazione quando la rotta viene valutata non sicura. Gard, nel suo approfondimento sulle implicazioni contrattuali e assicurative legate al conflitto, mette in evidenza come l’evoluzione delle coperture incida sulle decisioni operative e sulla gestione delle responsabilità.

Per lo shipping container gli effetti sono immediati su costi e capacità. I costi aumentano per la componente assicurativa e tendono a riflettersi in surcharge o condizioni tariffarie più rigide. La capacità diventa meno elastica, perché parte dell’offerta si rialloca o opera con vincoli che riducono la flessibilità commerciale, con ricadute sulla variabilità degli ETA e sulle finestre di consegna.

La situazione resta ad alta volatilità. IMO invita alla massima cautela e, dove possibile, a evitare il transito nella regione finché le condizioni non migliorano. In questo contesto, la gestione efficace passa da aggiornamenti frequenti su coperture disponibili e policy dei carrier, e da una pianificazione che incorpori margini realistici su tempi e costi.

In CTI monitoriamo quotidianamente comunicazioni operative dei vettori, indicazioni dei centri di sicurezza marittima e segnali del mercato assicurativo. Se avete spedizioni in corso o pianificate su corridoi collegati al Golfo, vi incoraggiamo a contattarci per una valutazione puntuale dell’impatto su tempi e costi e per definire una strategia di spedizione coerente con l’evoluzione del rischio.

Accordo di libero scambio UE-India: cosa prevede e perché è importante per il commercio internazionale

02.25.2026
accostamento delle due bandiere di UE e India per simboleggiare il nuovo accordo di libero scambio tra i due paesi (free trade agreement)

L’Unione Europea e l’India hanno annunciato a fine gennaio 2026 la conclusione dei negoziati per un Accordo di libero scambio (FTA) che, per dimensioni economiche e popolazione coinvolta, è destinato a pesare parecchio sulle rotte commerciali globali. Il punto non è solo “tagliare i dazi”: qui si parla di rendere più semplice, più prevedibile e spesso più veloce vendere e comprare tra due mercati già molto interconnessi, ma ancora frenati da tariffe alte e da una burocrazia non sempre lineare.

A che punto siamo e cosa cambia davvero

Per iniziare, è utile chiarire che l’accordo arriva dopo un percorso lungo: i negoziati erano partiti nel 2007, si erano fermati e sono ripartiti nel 2022, fino alla chiusura politica di gennaio 2026.

Riguardo a cosa cambia davvero, le istituzioni UE parlano di liberalizzazione molto ampia: in sintesi, l’India eliminerà o ridurrà dazi su una quota molto rilevante delle esportazioni europee; dal lato UE, l’accesso per i prodotti indiani diventa più agevole su gran parte delle linee tariffarie. La Commissione sottolinea anche l’impatto economico atteso: l’accordo dovrebbe far crescere fortemente le esportazioni di beni UE verso l’India entro il 2032 e generare risparmi annui sui dazi per circa 4 miliardi di euro.

Dazi, servizi e regole: le leve principali dell’accordo

A causa di tariffe storicamente elevate su molti prodotti, l’India era un mercato “promettente ma impegnativo” per tante imprese europee. L’FTA interviene proprio lì: riduzioni tariffarie, procedure più snelle e un quadro più stabile per esportare. Per esempio, nel documento Q&A della Commissione si citano tagli significativi su categorie come macchinari, chimica e farmaceutica, e un percorso di riduzione molto marcato anche per le auto, con contingenti tariffari.

In più, c’è un capitolo servizi che vale oro per chi lavora con supply chain internazionali: accesso più prevedibile al mercato indiano in ambiti come servizi finanziari e servizi marittimi, con impegni definiti “ambiziosi” dalla Commissione.
E poi c’è un tema che spesso viene sottovalutato finché non si deve spedire davvero: le regole di origine. Sono quelle che stabiliscono quando una merce può beneficiare delle preferenze tariffarie. In altre parole, non basta “passare” dall’India o dall’UE: servono lavorazioni sostanziali e documentazione corretta, proprio per evitare triangolazioni.

Cosa importa l’UE dall’India?

Qui conviene guardare ai numeri ufficiali: nel 2024 l’UE ha importato dall’India beni per circa 71,3 miliardi di euro, con una crescita rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda la composizione, tra le voci più rilevanti figurano macchinari e mezzi di trasporto, chimica, metalli e semilavorati, prodotti minerali e tessile.

Cosa esporta invece?

Dal lato opposto, nel 2024 l’UE ha esportato verso l’India circa 48,8 miliardi di euro di beni.

Le principali categorie restano coerenti con la specializzazione industriale europea: macchinari e apparecchiature, mezzi di trasporto e prodotti chimici. Questo evidenzia un punto pratico: l’accordo non riguarda solo “più scambi”, ma anche scambi spesso ad alto contenuto tecnologico, dove tempi doganali, certificazioni e affidabilità della logistica fanno la differenza.

Impatti su logistica internazionale e spedizioni container

Ma cosa significa questo, concretamente, per chi muove merce? Se i dazi scendono e le procedure si semplificano, di conseguenza aumentano i flussi e la pressione su porti, feeder, interporti e magazzini, specialmente sulle tratte Asia-Europa. Nel frattempo, diventano ancora più cruciali tre aspetti operativi: corretta classificazione doganale, gestione dell’origine preferenziale e pianificazione documentale, perché l’accesso ai benefici dell’FTA passa da lì.

Un altro punto da considerare è la prevedibilità. Un accordo “moderno” mira a ridurre quell’area grigia fatta di interpretazioni, richieste aggiuntive e tempi variabili. Questo, per chi spedisce container regolarmente, si traduce spesso in meno soste inattese e in una migliore programmazione degli arrivi, soprattutto quando ci sono finestre produttive o consegne just-in-time.

Sostenibilità, lavoro e compliance

L’FTA include anche impegni su commercio e sviluppo sostenibile: ambiente, clima, diritti dei lavoratori e meccanismi di attuazione. È importante ricordare che questi capitoli non sono “decorativi”: nel tempo possono incidere su requisiti di tracciabilità e controlli lungo la catena del valore.

Oltretutto, per molte imprese europee la compliance è già un tema quotidiano tra dichiarazioni, audit e standard di filiera: l’accordo può aiutare a vendere di più, ma non sostituisce il lavoro di presidio su documenti e processi.

Come prepararsi all’accordo UE-India: qualche consiglio pratico

Prima di tutto, ha senso mappare prodotti e rotte: quali codici doganali, quali incoterms, quali stabilimenti e quali lavorazioni incidono sull’origine. Poi, vale la pena notare che l’India e l’UE hanno già volumi importanti: nel 2024 il commercio bilaterale di beni ha raggiunto circa 120 miliardi di euro, quindi l’accordo si innesta su una base reale, non su una promessa astratta.In ultimo, per trasformare l’FTA in vantaggio competitivo serve una regia logistica: scelta dei porti, tempi di transito, buffer stock, e soprattutto gestione doganale senza improvvisazioni. Se volete capire come l’accordo UE-India può impattare sulle vostre spedizioni e su costi, tempi e documentazione, non esitate a contattare CTI: possiamo aiutarvi a leggere il nuovo scenario e costruire una strategia operativa su misura, affiancandovi passo-passo dalla consulenza doganale fino alla pianificazione delle spedizioni container.

Legge di bilancio 2026: impatti concreti su trasporti e logistica

01.28.2026
Bandiera italiana sovapposta a un grafico finanziario e monete per rappresentare le novità della Legge di Bilancio 2026 per il settore della logistica e trasporti.

La Legge di Bilancio 2026, pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre 2025, contiene una serie di disposizioni che, pur non rivoluzionando il quadro normativo del settore, introducono novità di rilievo operativo e fiscale per imprese di logistica e trasporti. Le misure approvate influenzano in maniera significativa i costi operativi, le opportunità di investimento, l’occupazione e la gestione finanziaria delle imprese che operano nella filiera dell’autotrasporto, dell’intermodalità e dei servizi logistici.

In questo articolo proviamo a leggere queste novità dal punto di vista operativo, con un taglio concreto e orientato a chi lavora ogni giorno nella supply chain.

Cosa prevede la Legge di Bilancio 2026?

La Legge di Bilancio 2026 (Legge n. 199 del 30 dicembre 2025), per quanto riguarda il mondo della logistica, delinea un pacchetto di interventi che interessa il trasporto merci su gomma, la logistica integrata e le infrastrutture correlate. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato ridisegnare alcuni equilibri fiscali, dall’altro favorire investimenti e innovazione. Tuttavia, come spesso accade, accanto alle opportunità emergono anche nuovi costi e vincoli. Ciò significa che le imprese sono chiamate, ancora una volta, a rivedere strategie operative e finanziarie.

Accise sui carburanti e costi operativi

Prima di tutto, il tema più sensibile per il settore resta quello delle accise sui carburanti. Il riallineamento tra benzina e gasolio porta l’aliquota a 672,90 euro per 1.000 litri per entrambi i prodotti, con un aumento di circa 4,05 centesimi al litro sul gasolio. Considerando l’IVA al 22%, l’incremento reale supera i 4,9 centesimi al litro.

Nel concreto, cosa significa questo? Significa che il gasolio perde il vantaggio fiscale storico di cui ha beneficiato per anni e diventa, di fatto, più oneroso per chi opera con flotte diesel. Per le imprese di autotrasporto, specialmente quelle impegnate nel pre-haulage e post-haulage dei container, l’effetto è immediato: i costi chilometrici aumentano, i margini si riducono e la sostenibilità dei contratti a lungo termine viene messa sotto pressione. Nonostante ciò, la norma si inserisce in una strategia ambientale più ampia, legata alla rimozione dei sussidi ambientalmente dannosi. Questo evidenzia come la transizione ecologica, ancora una volta, passi anche attraverso scelte fiscali che ricadono direttamente sulla supply chain.

Come funzionano ZES e ZLS nella Legge di Bilancio 2026?

Per quanto riguarda gli investimenti, la legge conferma e rafforza gli incentivi destinati alle Zone Economiche Speciali e alle Zone Logistiche Semplificate. Qui il punto è sia fiscale sia strategico. ZES e ZLS rappresentano, di fatto, una leva per ridisegnare la geografia della logistica italiana, favorendo lo sviluppo di retroporti, piattaforme intermodali e hub di consolidamento merci.

In particolare, il credito d’imposta collegato a questi strumenti consente alle imprese di pianificare investimenti in immobili logistici, impianti automatizzati e infrastrutture di supporto alla movimentazione container. Ciò dimostra che la politica industriale, almeno su questo fronte, prova a sostenere una visione di lungo periodo. Tuttavia, l’efficacia reale dipenderà dalla capacità di collegare questi insediamenti alle reti ferroviarie e portuali, evitando che restino cattedrali nel deserto.

In aggiunta, gli incentivi per beni strumentali legati alla digitalizzazione e ai sistemi 4.0 rappresentano un’opportunità concreta per modernizzare magazzini, terminal e centri di distribuzione. Non si tratta solo di risparmio fiscale, ma di un passaggio necessario per rendere la supply chain più trasparente, tracciabile e integrata.

Interventi su infrastrutture

Riguardo alla digitalizzazione dei sistemi di trasporto e logistica, la legge stanzia risorse dedicate a favore di RAM S.p.A., soggetto centrale nelle politiche del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Qui il tema è meno visibile, ma estremamente rilevante. RAM opera infatti su progetti che coinvolgono l’intermodalità, la piattaforma logistica nazionale e gli incentivi al trasporto combinato.

Questo significa che, attraverso questi finanziamenti, si rafforza l’infrastruttura digitale che collega porti, interporti, ferrovie e operatori logistici. In altre parole, non si parla solo di software o piattaforme, ma di un vero e proprio sistema nervoso della supply chain italiana. Vale la pena notare che senza questa integrazione digitale, anche le migliori infrastrutture fisiche rischiano di funzionare al di sotto del loro potenziale.

Una manovra tra costi e opportunità

In sintesi, la Legge di Bilancio 2026 disegna uno scenario fatto di luci e ombre. Da un lato, l’aumento delle accise sul gasolio pesa in modo significativo sui costi della supply chain. Dall’altro, gli incentivi per investimenti, digitalizzazione e insediamenti logistici aprono spazi interessanti per chi sa pianificare con una visione di medio-lungo periodo. È vero che non si tratta di una riforma epocale, ma è altrettanto vero che queste misure, sommate tra loro, condizionano significativamente il modo in cui la logistica italiana potrà competere sui mercati internazionali.

Vale la pena ricordare che la Legge di Bilancio 2026 interviene anche su altri ambiti legati al mondo dei trasporti, come la fiscalità delle spedizioni internazionali di piccolo valore, alcune misure sull’organizzazione dei servizi marittimi e ferroviari, nonché specifici interventi su infrastrutture e sicurezza della rete. Tuttavia, si tratta di disposizioni che, pur rilevanti sotto il profilo normativo e amministrativo, hanno un impatto meno diretto sulla supply chain containerizzata. Per questo motivo, in questa analisi ci siamo concentrati sugli elementi che incidono in modo più immediato su costi, investimenti e competitività del sistema logistico.

Per concludere, la vera sfida per le imprese non è solo adeguarsi alle nuove regole, ma trasformarle in leve strategiche. Capire dove investire, come gestire i costi e quali opportunità cogliere diventa fondamentale per restare competitivi. Se desideri approfondire come queste disposizioni si applicano alla tua realtà aziendale e ottenere una consulenza personalizzata, non esitare a contattare CTI: il nostro team di esperti è a disposizione per supportarti nella lettura della normativa e nella costruzione di soluzioni operative su misura.

Shortage di personale: uno dei principali problemi della logistica italiana

12.29.2025
donna impiegata nel settore della logistica che sfoglia delle carte, sta affronta il problema della mancanza di personale qualificato

In Italia, la logistica vale oltre 90 miliardi di euro all’anno. Si può dire sia a tutti gli effetti la spina dorsale dell’economia, con un ruolo decisivo soprattutto per export e filiere manifatturiere. Negli ultimi anni, però, un tema sempre più centrale è la difficoltà crescente nel trovare personale qualificato, elemento fondamentale per il corretto funzionamento del settore. 

Infatti, secondo l’Osservatorio Contract Logistics “Gino Marchet” del Politecnico di Milano, a fronte di circa 4,6 milioni di ricerche di candidati effettuate dalle imprese, oltre 800mila posizioni legate alla logistica sono rimaste scoperte. Il 40% delle figure richieste è considerato di “difficile reperibilità”, contro il 27% di tre anni fa. Un salto che segnala uno shortage ormai strutturale e non più legato a fasi congiunturali.

Inoltre, va fatto notare che questo fenomeno si inserisce in un quadro nazionale già critico: i bollettini del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere indicano che quasi una assunzione su due prevista dalle imprese italiane è oggi difficile da coprire, con percentuali particolarmente elevate proprio nei servizi di trasporto e magazzinaggio.

Le figure più introvabili

Le associazioni di categoria parlano apertamente di “emergenza autisti”. Secondo le stime di Confetra, in Italia mancano oltre 22mila conducenti di camion, mentre altre rilevazioni confermano un fabbisogno strutturale superiore ai 20mila posti vacanti nell’autotrasporto. Il problema non riguarda solo la lunga percorrenza: sono difficili da reperire anche magazzinieri specializzati, addetti alla consegna e operatori dell’ultimo miglio, figure decisive per garantire tempi di consegna rapidi e servizi affidabili ai clienti.

In aggiunta, anche il trasporto ferroviario merci soffre di una significativa carenza di personale. Confetra stima che nei prossimi tre anni serviranno circa 3mila nuovi macchinisti, pari a un quinto dell’attuale forza lavoro del comparto. L’Osservatorio Logistica e Trasporti di ANSI segnala inoltre che, complessivamente, mancano all’appello oltre 60mila lavoratori rispetto alle esigenze delle imprese, con i maggiori squilibri concentrati su magazzino, movimentazione interna e trasporto. 

Le cause dello shortage

Le cause di questa carenza sono molteplici. I report di settore, per l’appunto, sottolineano da un lato la trasformazione digitale della supply chain, che richiede competenze sempre più avanzate in ambito IT, analisi dei dati e automazione, e dall’altro un’offerta formativa che fatica a tenere il passo, soprattutto sugli indirizzi tecnici e STEM. A questo si aggiungono il ricambio generazionale incompleto, i costi elevati per ottenere patenti e abilitazioni professionali e una percezione del lavoro nella logistica come “faticoso” e poco attrattivo per i più giovani, soprattutto a causa della grande mobilità che spesso comporta questo settore. 

Come fronteggiare questo problema?

Lo shortage di personale non è più un tema circoscritto alle risorse umane, ma una sfida che impatta direttamente sulla continuità operativa e sulla capacità delle aziende di rispondere alle richieste del mercato. In un contesto così dinamico, non esistono soluzioni uniche o immediate: ogni impresa è chiamata a trovare un equilibrio tra competenze disponibili, organizzazione interna e sostenibilità dei costi.

Sempre più spesso la differenza la fanno la capacità di adattamento, la valorizzazione dell’esperienza maturata sul campo e la costruzione di rapporti di lavoro stabili e affidabili. Investire sulle persone, migliorare i processi e rendere il settore più attrattivo resta una priorità, ma richiede tempo, visione e un approccio concreto, calibrato sulla realtà di ciascuna azienda.

Come si muove CTI in questo contesto?

Vi proponiamo ora una breve intervista in cui il nostro team spiega le dinamiche dell’attuale contesto logistico italiano dal punto di vista di CTI.

1. Anche CTI soffre per via dello shortage di personale? Quali strategie adotta l’azienda per fronteggiare questo problema?

Sì, come molte aziende del settore anche CTI si confronta quotidianamente con la difficoltà di reperire personale qualificato, soprattutto in ambiti operativi e logistici. Non si tratta solo di una questione numerica, ma di trovare persone con competenze adeguate, affidabili e capaci di gestire la complessità del lavoro. La nostra risposta, più che basarsi su soluzioni strutturate o standardizzate, è stata finora molto pragmatica: puntiamo sulla continuità, sulla fidelizzazione delle persone e su un’organizzazione flessibile, cercando di valorizzare l’esperienza interna e di costruire rapporti di lavoro stabili. In un contesto così complesso, riteniamo che la qualità delle persone e la capacità di adattarsi contino più di qualsiasi formula preconfezionata.

2. In che modo la carenza di personale incide sull’organizzazione operativa delle aziende?

La carenza di personale ha un impatto diretto sull’organizzazione del lavoro e sulla pianificazione delle attività. Le aziende sono chiamate a gestire risorse limitate garantendo al tempo stesso continuità, flessibilità e qualità del servizio. Questo richiede una maggiore attenzione ai processi interni e una capacità di adattamento costante alle condizioni operative.

3. Quali sono, secondo la vostra esperienza, i principali problemi del settore della logistica in questi ultimi anni?

Negli ultimi anni il settore della logistica è diventato sempre più complesso e imprevedibile. Alla carenza di personale si sono aggiunti fattori come l’aumento dei costi, le difficoltà legate alle catene di approvvigionamento, una burocrazia spesso onerosa e clienti sempre più esigenti in termini di tempi, flessibilità e affidabilità del servizio.

In questo scenario, le aziende si trovano a dover gestire un equilibrio delicato tra efficienza operativa e sostenibilità, spesso con margini di manovra ridotti. La vera sfida oggi non è solo crescere, ma riuscire a mantenere stabilità e qualità del servizio in un contesto in continua evoluzione.

4. Quanto conta oggi l’esperienza rispetto alla formazione nel settore della logistica?

Nel settore della logistica l’esperienza sul campo resta un elemento determinante. Molte competenze si acquisiscono solo attraverso il lavoro quotidiano, la gestione degli imprevisti e la conoscenza diretta dei processi. La formazione è importante, ma senza un percorso pratico e di affiancamento diventa difficile colmare il divario tra teoria e operatività.

5. Ormai l’anno è quasi concluso: quali sono le vostre previsioni (e speranze) per il 2026 e gli anni a seguire?

Guardando al futuro, l’auspicio è quello di una maggiore stabilità, sia dal punto di vista del mercato sia della disponibilità di competenze. Il settore logistico resterà centrale per l’economia italiana e per l’export, ma sarà sempre più importante affrontare la crescita in modo sostenibile e consapevole. Per CTI i prossimi anni saranno soprattutto anni di consolidamento. In una fase in cui il contesto resta complesso e incerto, riteniamo fondamentale lavorare con realismo, attenzione e responsabilità. La priorità sarà continuare a garantire affidabilità e qualità del servizio, adattandoci progressivamente alle evoluzioni del mercato.

Italia–Cile: cosa cambia per la logistica internazionale con i nuovi accordi UE

11.26.2025
Immagine concettuale di una grande bandiera del Cile sulla quale si stagliano dei container, per simboleggiare i nuovi accordi UE-Cile di Febbraio 2025

Dal 1° febbraio 2025 è in vigore l’Accordo Commerciale Interinale UE-Cile (ITA), che modernizza il vecchio accordo del 2002 e, soprattutto, tocca temi molto concreti per chi spedisce merci, come dazi, regole d’origine, documentazione doganale e accesso al mercato dei servizi. Per l’Italia, che è il 10° fornitore del Cile a livello globale e il 3° nell’UE (dopo Germania e Spagna), la partita è strategica: più fluidità in dogana significa lead time più prevedibili e costi ridotti lungo la catena logistica.

In più, dal 1° giugno 2025 alcuni capitoli del nuovo Advanced Framework Agreement (AFA) UE-Cile, il “contenitore” politico e di cooperazione che affianca l’ITA, sono entrati in applicazione provvisoria e questo amplia il raggio d’azione su sostenibilità, digitale, energia e collaborazione istituzionale. In altre parole, non si parla solo di dazi, si parla dell’intero ecosistema che regge una supply chain moderna.

Andiamo, quindi, ad analizzare più nello specifico le varie aree d’interesse di questi nuovi accordi.

Dazi abbattuti e nuove opportunità nei servizi

La novità che fa più rumore? Dazi azzerati sul 99,9% delle esportazioni UE verso il Cile (con la sola eccezione dello zucchero). La Commissione europea stima anche un potenziale +4,5 miliardi € di export UE nel medio periodo grazie alle nuove condizioni. Perciò, se vendete macchinari, chimica o mezzi di trasporto – i capitoli merceologici in cui l’UE è più forte verso il Cile – i conti della distinta base possono migliorare già “a parità di tutto il resto”.

E non si parla solo di merci. L’ITA facilita la prestazione di servizi in Cile (comprese telecomunicazioni, trasporto marittimo e servizi finanziari), mentre l’AFA, una volta pienamente in vigore, consoliderà ulteriormente questi canali. Per la logistica, ciò significa più spazio per integrazioni door-to-door, procurement più accessibile e margini operativi migliori su trasporto, handling e servizi a valle.

Origine preferenziale: basta EUR.1, entrano in scena REX e auto-certificazione

Per beneficiare delle preferenze non si usa più il certificato EUR.1. Il trattamento preferenziale si ottiene con:

  • dichiarazione di origine del registrato REX (se esportatore UE e spedizione > 6.000 €);
  • conoscenza dell’importatore (“importer’s knowledge”);
  • dichiarazione per spedizioni multiple di prodotti identici (validità massima 12 mesi).

Sebbene il cambio possa sembrare “una scocciatura” all’inizio, in realtà può portare diverse semplificazioni, come la riduzione delle carte necessarie e la maggior tracciabilità digitale. Nota bene: è importante porre attenzione ai codici documentali in DAU: U123 (dichiarazione di origine), U124 (dichiarazione per spedizioni multiple) e U125 (conoscenza dell’importatore).

Materie prime critiche e filiere strategiche

Il Cile è tra i principali fornitori mondiali di litio e un attore chiave sul rame. L’ITA punta a rendere più efficiente e sostenibile il flusso di materie prime e semilavorati, con impegni su standard ambientali e del lavoro. Per chi pianifica approvvigionamenti europei, questo è cruciale: circa l’80% del litio importato dall’UE arriva dal Cile, leva essenziale per batterie, e dunque per automotive, storage e rinnovabili. Analogamente, la stabilità degli accessi su rame e derivati sostiene l’elettrificazione delle reti.

L’AFA e il nuovo contesto di cooperazione

Finché l’AFA non sarà ratificato da tutti gli Stati membri UE, resterà il “doppio binario” con l’ITA; Dal 1° giugno 2025, però, nove capitoli sono applicati provvisoriamente. Questi riguardano gli obiettivi e i principi generali, il dialogo politico, la cooperazione economico-sociale e – punto non secondario – alcuni tasselli che incidono sul contesto in cui operano logistica e commercio: clima, energia verde, digitale, sicurezza. Nel frattempo, l’ITA resta la base unica per tariffe, origine e market access commerciale.

Implicazioni operative per la logistica

Prima di tutto, specifichiamo di nuovo che gli operatori UE devono essere REX per rilasciare dichiarazioni oltre 6.000 €.

Dopodiché, conviene aggiornare:

  • la procedura interna per la raccolta delle evidenze d’origine (dichiarazioni fornitore, distinte base, tracciabilità componenti),
  • i format documentali (inserendo il testo prescritto della dichiarazione di origine),
  • i workflow TMS/WMS per gestire le dichiarazioni multiple con validità fino a 12 mesi, ed evitare richieste di preferenza “scoperte” o fuori finestra.

Per non parlare di pianificazione: grazie alla semplificazione documentale e all’eliminazione dei dazi su quasi tutte le voci, è più facile costruire offerte door-to-door competitive su rotte reefer (frutta fresca), acciai e rame, vino e food, macchine e impiantistica. In aggiunta, le previsioni di crescita dell’export UE verso il Cile aiutano a consolidare volumi e capacità sui servizi marittimi, riducendo il rischio di extra-nolo in alta stagione.

Alcuni settori da tenere d’occhio

Per quanto riguarda l’agroalimentare, il pacchetto tutela meglio diverse indicazioni geografiche e alleggerisce barriere: utile a chi esporta ingredientistica e dairy dall’Italia e a chi importa vini e prodotti ortofrutticoli dal Cile. Specialmente sui reefer, tempi e compliance più lineari riducono rischi di sosta e danni merce. Allo stesso modo, su macchinari e componentistica (ossia il core dell’export italiano) l’esenzione dazi e l’auto-certificazione hanno effetti immediati sul costo all’atterraggio.

In sintesi, le minori frizioni in bolla e la maggior prevedibilità comportano un margine allargato per rinegoziare Incoterms e SLA logistici.

Concludendo: l’applicazione provvisoria dell’AFA non tocca le procedure doganali già fissate dall’ITA ma spinge la cooperazione su sostenibilità, digitale e procurement. Analogamente, a livello UE gli obiettivi su materie prime critiche e transizione energetica si intrecciano con la partnership cilena: se la filiera battery e rinnovabili cresce, la catena logistica Italia–Cile dovrà saper gestire flussi più frequenti e più regolati anche in chiave ESG. 

Se vuoi approfondire la conoscenza di queste tematiche, o per qualsiasi altra necessità legata al tuo commercio internazionale, CTI offre consulenze mirate con l’obiettivo di offrire assistenza in tutte le fasi delle spedizioni. Contattaci tramite il form contatti!

Gli Incoterms alla portata di tutti: il CIF (Cost, Insurance and Freight)

10.22.2025
immagine concettuale di container colorati poggiati su uno schema tecnico raffigurante gli Incoterms 2025.

Gli Incoterms sono regole standard elaborate dalla International Chamber of Commerce (ICC) che chiariscono, in modo uniforme a livello internazionale, i ruoli, le responsabilità e il passaggio del rischio in una compravendita di merci. Nascono nel 1936 e, da allora, vengono aggiornati periodicamente per riflettere le pratiche del commercio globale. Non sono leggi ma vengono riconosciuti e impiegati dalle imprese, dalle autorità e da organismi come UNCITRAL come riferimento globale per interpretare i termini commerciali più usati. 

Ciononostante, nel panorama del commercio internazionale, le sigle degli Incoterms rappresentano spesso un ostacolo tecnico e linguistico. Per chi lavora nella logistica o nella gestione delle vendite estere, familiarizzare con queste clausole è assolutamente essenziale. Tra tutte, parleremo in particolare del CIF e chiariremo di cosa si tratta partendo dal contesto attuale e arrivando a capire quando e perché ha senso scegliere proprio questa modalità di resa.

Incoterms 2025: ci sono novità?

Chi si aspetta grandi rivoluzioni negli Incoterms per il 2025 potrebbe rimanere deluso. L’ultima edizione ufficiale, infatti, resta quella pubblicata dalla Camera di Commercio Internazionale nel 2020, ancora perfettamente valida. Le revisioni, invece, storicamente arrivano circa ogni dieci anni: il prossimo aggiornamento strutturale, quindi, è atteso intorno al 2030.

Tuttavia, il contesto in cui queste regole si applicano è in continua trasformazione, e questo non è un dettaglio da sottovalutare.

Nel corso degli ultimi anni, infatti, sono emersi alcuni aspetti che meritano attenzione. Le variazioni nei dazi doganali, le restrizioni normative nazionali e le mutate condizioni assicurative rendono necessaria un’applicazione più consapevole degli Incoterms. Per esempio, in alcuni Paesi è richiesto per legge che l’assicurazione venga stipulata esclusivamente con compagnie locali, oppure è vietato che lo sdoganamento venga curato da soggetti esteri. Di conseguenza, pur non essendoci modifiche nel testo ufficiale, è il modo in cui questi Incoterms vengono adottati che cambia, anche sensibilmente.

In altre parole, non è il documento che evolve, ma l’ambiente in cui lo si utilizza. E questo, per chi opera nella logistica, è un fattore che può fare la differenza tra una spedizione lineare e un contrattempo spiacevole.

Quanti Incoterms ci sono nel 2025?

Anche su questo punto la situazione è piuttosto stabile. Gli Incoterms attualmente in vigore sono undici, come previsti dalla versione 2020. La distinzione più importante da tenere a mente riguarda la modalità di trasporto. Alcuni Incoterms, come CIF o FOB, sono riservati esclusivamente al trasporto via mare o acque interne. Altri, come DDP o DAP, sono pensati per qualsiasi modalità di trasporto, incluse quelle multimodali, ossia quelle che combinano strada, ferrovia, aereo o container.

Va ricordato che, rispetto alla versione precedente, l’Incoterm DAT è stato sostituito da DPU, che significa “Delivered at Place Unloaded”, ovvero “reso scaricato nel luogo di destinazione”. Non è un cambiamento da poco: il venditore, in questo caso, ha l’onere di organizzare anche lo scarico della merce, e non solo il trasporto.

Piccolo inciso: In ogni contratto commerciale è sempre fondamentale indicare in modo esplicito la versione dell’Incoterm di riferimento. Non basta scrivere, ad esempio, “CIF Rotterdam”, è necessario aggiungere anche “Incoterms® 2020” per evitare equivoci, soprattutto in caso di dispute legali. Una svista su questo fronte può avere conseguenze ben più gravi di quanto si possa immaginare.

Cos’è il CIF? Per cosa si usa?

Il CIF, acronimo di “Cost, Insurance and Freight”, è una clausola pensata per le spedizioni marittime. Non si applica dunque a trasporti terrestri, aerei o multimodali. La sua logica è piuttosto semplice: il venditore si assume l’onere di organizzare e pagare il trasporto fino al porto di destinazione, oltre a stipulare un’assicurazione sulla merce. Tuttavia, e qui sta l’equivoco più comune, il rischio legato alla merce non resta in capo al venditore fino all’arrivo nel porto finale. Al contrario, il rischio si trasferisce all’acquirente nel momento esatto in cui la merce viene caricata a bordo della nave, nel porto di partenza.

Questo significa che, anche se il venditore ha pagato il trasporto e l’assicurazione, eventuali danni o perdite occorse dopo il caricamento sulla nave ricadono comunque sull’acquirente. L’assicurazione, infatti, è una copertura minima, pensata per limitare le perdite, non per annullarle del tutto.

Il CIF è quindi una formula che può tornare utile in diversi casi. Ad esempio, quando il venditore ha una posizione di forza nella contrattazione con i trasportatori marittimi e riesce a ottenere tariffe più convenienti. Oppure quando l’acquirente, pur accettando il trasferimento del rischio, preferisce non occuparsi della logistica fino al porto di arrivo. In alcuni mercati, questa clausola è praticamente uno standard, specie nel commercio di materie prime o prodotti non deperibili.

Differenza tra CIF, DAP e DDP

A prima vista, CIF, DAP e DDP possono sembrare clausole simili: in fondo, in tutti e tre i casi il venditore si occupa in parte o totalmente della spedizione. Ma a ben guardare, le differenze sono sostanziali.

Nel caso del CIF, come abbiamo visto, l’impegno del venditore si ferma al porto di destinazione, e il rischio passa al compratore non appena la merce è stata caricata sulla nave. DAP, invece, prevede che il venditore consegni la merce nel luogo concordato, pronta per essere scaricata. Non è responsabile dello scarico, ma accompagna la merce fino alla soglia, per così dire, del compratore.

Con DDP, la responsabilità si spinge ancora oltre. Il venditore si prende carico non solo del trasporto fino alla destinazione finale, ma anche di tutti i costi e le formalità doganali. È lui a pagare dazi, IVA, e a curare lo sdoganamento. Per l’acquirente, questa è la formula più comoda in assoluto, perché riceve la merce “chiavi in mano”, senza doversi occupare di nulla.

Tuttavia, proprio per questo motivo, DDP è anche la clausola più onerosa per il venditore, e non sempre applicabile. In alcuni paesi, ad esempio, le normative impediscono a soggetti esteri di effettuare lo sdoganamento. In questi casi, utilizzare DDP può generare complicazioni legali non da poco.

CIF, quindi, si colloca in una posizione intermedia: il venditore fa molto, ma non tutto, e il compratore deve comunque essere pronto a gestire i passaggi successivi all’arrivo della nave.

Quale Incoterm conviene scegliere nel 2025?

La risposta è molto semplice: l’Incoterm “migliore” in assoluto non esiste. La scelta, infatti, va fatta in base al contesto: tipo di merce, rotte coinvolte, vincoli doganali, copertura assicurativa, capacità operativa delle parti. Ogni clausola distribuisce in modo diverso rischi, responsabilità e costi lungo la catena logistica, e proprio per questo va valutata come uno strumento strategico, non come una semplice formula contrattuale.

Occorre chiedersi quanto controllo si vuole mantenere sul flusso operativo, che tipo di visibilità si richiede sulla spedizione e se si dispone o meno delle risorse necessarie per gestire gli adempimenti locali. Oltretutto, è fondamentale che l’Incoterm si integri bene con il resto del contratto: termini di pagamento, documentazione, obblighi assicurativi, normative internazionali. Non dimentichiamoci che gli Incoterms non definiscono il passaggio di proprietà né coprono tutti gli aspetti fiscali e doganali. Vanno scelti con attenzione, ma anche affiancati da una struttura contrattuale coerente.

Nel prossimo futuro, temi come digitalizzazione delle spedizioni, compliance normativa e sostenibilità spingeranno sempre più aziende a scegliere Incoterms che permettano un controllo maggiore, ma anche una gestione più snella. Perciò, se volete definire la resa più adatta alle vostre esigenze, contattate CTI: possiamo supportarvi nella scelta più efficace per ogni mercato, merce o condizione logistica.

Decreto Infrastrutture 2025: cosa cambia per chi spedisce con CTI?

09.03.2025
Nave cargo piena di container, attraccata presso un porto industriale, sta venendo scaricata con delle grandi gru

Dal 21 maggio 2025 è in vigore il cosiddetto “Decreto Infrastrutture 2025” (D.L. 73/2025), poi convertito con modifiche nella Legge 18 luglio 2025, n. 105. Il pacchetto interviene su autotrasporto, porti, concessioni autostradali e strumenti di governance del settore. Per chi opera nella logistica internazionale la novità più impattante riguarda i tempi di attesa al carico/scarico e i relativi indennizzi, ma non è l’unico tassello da considerare.

Partiamo subito, quindi, da ciò che tocca direttamente i nostri clienti.

Le nuove condizioni

Dall’8 settembre, CTI applicherà la nuova disciplina proprio sui tempi di attesa al carico e allo scarico. Questa prevede che:

  • la franchigia gratuita sarà di 90 minuti per ciascuna operazione; 
  • oltre tale soglia sarà dovuto un indennizzo di 100 € per ogni ora o frazione di ora;
  • la responsabilità del pagamento è solidale tra committente e caricatore. 
  • l’indennizzo sarà rivalutabile annualmente secondo l’indice ISTAT FOI. 

Le stesse regole valgono, per le fasi stradali, anche quando il trasporto è in combinato ferrovia/camion. 

Queste condizioni discendono direttamente dalla normativa vigente e non dipendono dalla nostra volontà. Gli eventuali costi eccedenti, infatti, ci verranno trasferiti dai vettori e, a nostra volta, saremo costretti a riversarli ai nostri clienti. 

In questo articolo, oltre a fornire una panoramica più ampia dei contenuti del suddetto decreto, proveremo a dare dei consigli su come mitigare l’impatto economico di tale normativa, ribadendo la nostra disponibilità per chiarimenti e consulenze mirate. 

Il quadro normativo

Tempi di attesa e indennizzo

L’articolo 4 del D.L. 73/2025 ha riscritto l’art. 6-bis del D.Lgs. 286/2005: come anticipato nel precedente paragrafo, ora questo prevede un ridotto minutaggio di franchigia per ogni operazione; indennizzo di 100 €/h (anche per la frazione) oltre la franchigia; responsabilità solidale tra committente e caricatore; rivalutazione automatica dell’indennizzo con indice FOI. La legge di conversione ha chiarito che nei tempi di attesa rientrano anche i periodi dovuti all’inattività di committente, caricatore o destinatario. In aggiunta, l’indennizzo è dovuto anche se si superano i tempi materiali indicati nel contratto, quando ciò risulta dalla documentazione. Le evidenze di arrivo possono essere tratte dal GPS aziendale o dal tachigrafo intelligente di seconda generazione.

Per quanto riguarda la rivalutazione, viene utilizzato l’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, come definito da ISTAT e pubblicato mensilmente. In altre parole, l’importo di 100€ viene adeguato di anno in anno secondo l’andamento del FOI.

Tempi di pagamento e vigilanza

Rimane fermo il quadro dei pagamenti entro 60 giorni nei contratti di trasporto su strada; in più, è stato inserito un comma 15-bis all’art. 83-bis del D.L. 112/2008: se il mancato rispetto dei termini integra anche i presupposti di “abuso di dipendenza economica”, l’AGCM può intervenire con diffide e sanzioni. Questo rende più stringente il presidio amministrativo sui flussi di pagamento.

Altre misure del decreto utili alla logistica internazionale

Cruscotto CIGAL

La conversione ha istituito, presso il Ministero del Lavoro, il CIGAL (Cruscotto informativo per la gestione dei contratti di appalto tra privati nel settore della logistica). Obiettivo: fornire ai soggetti interessati informazioni per la verifica di conformità fiscale, contributiva e del lavoro sugli appaltatori; gli organi di vigilanza alimentano una sezione dedicata alle sanzioni; Unioncamere cura lo sviluppo e la gestione tecnica. Un decreto ministeriale ne definirà criteri e regole tecniche.

Porti e demanio

In materia di canoni demaniali marittimi, quando l’indice ISTAT dei valori per il mercato all’ingrosso non è disponibile, la normativa fa riferimento all’indice dei prezzi alla produzione dei prodotti industriali; sono poi introdotte precisazioni sul Piano Regolatore Portuale per garantire omogeneità applicativa.

Trasporti eccezionali

L’AINOP viene integrato come infrastruttura nazionale di riferimento per pianificare e monitorare i corridoi dei trasporti in eccezionalità, con interoperabilità verso GIS, sistemi di tracciamento e piattaforme autorizzative.

Concessioni autostradali

La legge interviene sulla disciplina, richiamando il sistema tariffario ART e dettando accorgimenti procedurali per l’aggiornamento dei PEF e delle convenzioni.

Come prepararsi con CTI per minimizzare attese e oneri

Prima di tutto, conviene ricalibrare le finestre di carico/scarico e formalizzare SLA specifici sui tempi di assegnazione della baia e sui tempi di accesso al sito, indicando anche come saranno misurati (timestamp di gate-in/gate-out, POD, dati GPS/tachigrafo). Ad esempio, per spedizioni con volumi concentrati su poche ore, è opportuno adottare un sistema di prenotazione degli slot con priorità e regole sulla mancata presentazione (no-show). 

Analogamente, nei flussi intermodali occorre sincronizzare gli slot dei terminal ferroviari con il primo/ultimo miglio su gomma così da non superare la franchigia sulle tratte stradali.

In ambito amministrativo, invece,  è utile riallineare i processi di contabilizzazione e scadenziario alla luce del nuovo comma 15-bis e dell’eventuale intervento AGCM, per prevenire contestazioni lungo la filiera.

CTI rimane a disposizione per qualsiasi chiarimento e per valutare, insieme, soluzioni atte ad attutire l’effetto di questi cambiamenti.

Dazi USA: impatto sugli scambi commerciali internazionali (aggiornamento 2026)

08.28.2025
Due mani che si stringono dietro alle bandiere Americana e Europea, evidenziando l'accordo siglato per i dazi imposti da USA a Europa

Il panorama del commercio internazionale verso gli Stati Uniti ha subito una scossa improvvisa proprio mentre le aziende stavano prendendo le misure con i regolamenti introdotti lo scorso anno. Se nell’agosto del 2025, nel nostro articolo esplicativo, parlavamo di un’espansione della pressione fiscale basata su poteri di emergenza, oggi ci troviamo a commentare una sentenza storica che ha ribaltato le basi legali di quelle decisioni. Questo aggiornamento, quindi, si propone di fornire chiarimenti sulle novità più significative che recentemente hanno sconvolto la situazione. 

Per chi si occupa di logistica e spedizioni via container e aereo, questi non sono solo dei cambi di normativa ma rappresentano un’ opportunità di recupero finanziario unita alla necessità di adeguarsi a un nuovo regime tariffario. 

La sentenza della Corte Suprema del 20 Febbraio 2026 sulla cancellazione dei dazi IEEPA

La data che ha segnato l’inizio di questa nuova fase è il 20 febbraio 2026. Con una decisione che ha sorpreso molti osservatori, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato che i dazi imposti nell’aprile del 2025 non erano legalmente autorizzati. Il punto centrale della questione riguarda l’International Emergency Economic Powers Act, abbreviato spesso come IEEPA. I giudici hanno stabilito che questa legge non concede al Presidente il potere di imporre tariffe in modo così ampio senza una specifica approvazione del Congresso.

Questa sentenza ha tolto valore legale a tutte le misure che avevano appesantito le importazioni negli ultimi mesi. Di conseguenza, il governo ha interrotto la riscossione dei dazi basati sulla IEEPA a partire dal 24 febbraio 2026. Molte imprese che avevano subito l’aumento dei costi ora possono guardare con sollievo a una barriera che è ufficialmente caduta, anche se la gestione amministrativa del passato richiede ancora un ultimo sforzo burocratico per essere sanata del tutto.

Le politiche di rimborso 

Il recupero delle somme versate non avviene in modo automatico ed è necessario che l’importatore (Importer of Record) intraprenda azioni specifiche. Il primo passo fondamentale consiste nell’accedere al portale ACE (Automated Commercial Environment) per estrarre il report di tutte le spedizioni effettuate tra aprile 2025 e febbraio 2026. È necessario isolare le righe tariffarie relative ai dazi IEEPA e verificare lo stato di ogni singola “Entry”. Da questa verifica dipenderà la strategia da adottare.

Per le spedizioni entrate negli Stati Uniti negli ultimi mesi che non sono ancora state liquidate, la via più rapida è la Post Summary Correction. Questa correzione elettronica permette di emendare i dati della dichiarazione prima che il processo doganale si chiuda definitivamente. Se invece la spedizione risulta già passata in stato “liquidated”, la legge prevede una finestra di soli 180 giorni dalla data di liquidazione per presentare un Protest formale tramite il CBP Form 19. In questo documento bisogna citare esplicitamente la sentenza della Corte Suprema e richiedere il ricalcolo dei dazi con la restituzione delle eccedenze e dei relativi interessi.

Un’importante novità tecnologica riguarda il sistema CAPE (Consolidated Administration and Processing of Entries) che il Customs and Border Protection sta rendendo operativo proprio in queste settimane. Questo nuovo portale permetterà ai broker di caricare file in formato CSV contenenti lunghe liste di spedizioni per richiedere rimborsi massivi in un’unica soluzione. Infine, è bene ricordare che dal 6 febbraio 2026 il governo americano non emette più assegni cartacei. Per ricevere il denaro, ogni azienda deve obbligatoriamente completare l’iscrizione al programma ACH (Automated Clearing House) per consentire il trasferimento elettronico dei fondi direttamente sul conto corrente.

Nuovi dazi USA 2026 del 15% e l’applicazione della Section 122

Mentre si procede con le pratiche di recupero per il passato, è necessario fare i conti con una nuova misura che l’amministrazione ha introdotto per bilanciare gli effetti della sentenza. Per rispondere velocemente al vuoto normativo, la Casa Bianca ha attivato la Section 122 del Trade Act del 1974. Questa legge permette di imporre tariffe temporanee quando esiste la necessità di proteggere la bilancia dei pagamenti nazionale da squilibri eccessivi.

A partire dal 24 febbraio 2026, è entrato in vigore un nuovo dazio globale del 15% che si applica alla maggior parte delle merci importate nei porti americani. Questa misura ha una validità massima di 150 giorni e rappresenta lo strumento scelto per mantenere alta la pressione fiscale in attesa di nuove disposizioni legislative. Trattandosi di un fondamento giuridico diverso dalla IEEPA, questo nuovo prelievo non è toccato dalla decisione della Corte Suprema e deve essere inserito correttamente nei calcoli del costo allo sbarco. Per le aziende di logistica questo significa che la pianificazione dei costi deve rimanere flessibile, poiché la scadenza di luglio 2026 potrebbe portare a un nuovo cambiamento delle aliquote o a nuove decisioni del Congresso.

Ripercorriamo l’evoluzione dei dazi USA in questo rocambolesco 2025

Nel corso del 2025, come tutti sanno, i dazi doganali USA hanno ridefinito profondamente le relazioni commerciali globali con Canada, Messico, Cina ed Europa, mettendo a dura prova le catene logistiche e le strategie d’export. 

Abbiamo già parlato nell’articolo precedente di quanto concerne la guerra commerciale tra USA e CINA, per questo ora ci teniamo a illustrare l’evoluzione dei dazi a livello globale e con un particolare focus sull’Unione Europea, le risposte di quest’ultima, gli effetti su specifici settori e sull’export del Made in Italy, insieme all’ultimo negoziato tra la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Presidente Donald Trump. 

Partiamo dal 1° febbraio 2025. In questa data, il Presidente Trump ha firmato ordini esecutivi imponendo dazi del 25% su merci da Canada e Messico (con energia canadese al 10%) e un 10% sulla Cina, motivando l’intervento con ragioni legate alla crisi degli oppioidi.

Dopo un periodo di sospensione, dal 4 marzo le tariffe sono state ripristinate: quella cinese è salita al 20%, mentre per Canada e Messico è rimasta al 25%. Il 2 aprile, noto come “Liberation Day”, è entrato in vigore un sistema di “dazi reciproci”, variabili tra 10% e 50%, interessando circa 180 Paesi, con aliquota UE al 20% e Cina al 34%. Parallelamente, l’acciaio e l’alluminio sono stati tassati fino al 50%, senza più esenzioni.

Questa escalation ha creato incertezza, spingendo molti operatori a rivedere fornitori e logistica, anche alla ricerca di rotte alternative.

Le contromisure dell’Unione Europea ai dazi USA introdotti a febbraio 2025

In risposta, l’Unione Europea ha immediatamente predisposto misure di ritorsione su circa 21 miliardi di euro di beni USA, con dazi compresi tra 10 e 25% su prodotti come jeans, moto, succo d’arancia e macchinari. Tuttavia, per favorire il dialogo, Bruxelles ha sospeso quest’azione fino al 14 luglio, quindi di nuovo fino al 7 agosto 2025.

Parallelamente, come vedremo meglio nei prossimi paragrafi, è stata fatta un’offerta politica agli USA: un accordo “zero‑for‑zero” sui beni industriali come auto, farmaci e macchinari, insieme all’impegno a rinegoziare le tariffe se gli USA accettano posizioni simili.

Grazie a queste mosse, l’UE ha evitato escalation incontrollate ed è riuscita a mantenere aperto il canale negoziale.

Dazio USA‑UE: cos’è il nuovo dazio 15% “All inclusive” e quali prodotti include

Come anticipato poc’anzi, alla fine di luglio (precisamente il 27), a Turnberry in Scozia, Trump e Von der Leyen hanno concordato un accordo politico: un dazio import USA del 15% “all‑inclusive”, in vigore dal 1° agosto 2025 per la maggior parte delle merci europee. Il nuovo schema sostituisce la minaccia di un 30%, ma acciaio e alluminio resteranno tassati al 50%, benché Bruxelles stia negoziando una possibile sostituzione con un sistema di quote. Inoltre, è stata introdotta una clausola “zero‑for‑zero” esentando prodotti strategici come aeromobili, farmaci generici, chip per semiconduttori, alcune risorse critiche e prodotti chimici selezionati.

Successivamente, con un ordine formale, l’esecutivo ha rinviato l’entrata in vigore dell’accordo al 7 Agosto.

Ripercussioni dei dazi USA‑UE sul settore del vino

Tra i settori più colpiti, il vino esportato negli USA è tassato al 15%, con una stima di danno economico di circa 317 milioni di euro nel primo anno, cifra che può salire oltre i 460 milioni in caso di cambio euro‑dollaro sfavorevole.

Questa misura rappresenta un duro colpo per la competitività del vino italiano, già messo alla prova dallo scenario geopolitico.

Mentre i dazi sulle auto importate dall’Europa scenderanno al 2,5%

L’accordo del 15% non cambia la tariffa complessiva sulle auto europee, che rimane al 27,5% (2,5% MFN + 25% Sezione 232), poiché le automobili non sono incluse nell’accordo “all‑inclusive”.

In effetti, il dazio doganale USA su auto rimane elevato, e le imprese del settore restano esposte in modo rilevante.

Ripercussioni del dazio al 15% sull’export italiano

Oltre al vino, il dazio del 15% potrebbe costare fino a 22 miliardi di euro all’export italiano in settori come moda, farmaceutica e agroalimentare, se non si otterranno ulteriori esenzioni specifiche.

Questo impone una riflessione strategica su come ripensare catene globali, pricing, logistica e diversificazione dei mercati.

Von der Leyen e le tariffe zero per zero sui prodotti strategici

Ursula von der Leyen ha posto al centro dell’accordo transatlantico l’esenzione reciproca “zero‑for‑zero”: un impegno politico a mantenere tariffe zero su aeromobili, componenti, farmaci generici, chip tecnologici e materie prime critiche. Questa scelta punta a tutelare settori industriali strategici vulnerabili e a preservare la continuità tecnologica nei due mercati, creando al contempo opportunità di armonizzazione regolamentare.

In conclusione, i dazi USA del 2025 hanno destabilizzato rapporti commerciali consolidati, ma l’accordo del 15% “all‑inclusive”, pur limitato, ha fornito più stabilità rispetto a minacce precedenti. Le contromisure europee e la scelta di privilegiare un dialogo negoziale hanno consentito di evitare escalation irreversibili. È fondamentale per le aziende italiane comprendere le nuove tariffe per proteggere export e supply chain.

CTI resta a disposizione per offrire supporto concreto: grazie alla nostra expertise, possiamo guidare le imprese nella riorganizzazione delle rotte logistiche, nella mitigazione delle tariffe e nell’individuazione delle esenzioni da sfruttare nel nuovo contesto globale.

Contattaci se desideri ricevere una consulenza specifica.

Guerra commerciale Usa Cina: cosa sta succedendo e qual è l’impatto sul commercio globale

08.14.2025
Tiro alla fune tra bandiera americana e bandiera cinese che simboleggia la guerra commerciale USA-Cina

Il 2025 segna una fase di svolta nella disputa commerciale tra Stati Uniti e Cina. Le due potenze hanno impresso mutamenti sostanziali alle tariffe doganali e al trattamento delle merci a basso valore, influenzando fortemente il commercio globale. Questo articolo si propone di spiegare gli elementi fondamentali di questa complessa situazione: dazi in vigore, novità sull’esenzione “de minimis”, volumi commerciali e uno sguardo dall’alto su come si muovono le cose in questa economia strettamente interconnessa. 

Cominciamo con uno sguardo alle novità più recenti. Buona lettura!

Dazi Usa Cina, ultime news: aggiornamento sui dazi USA per le importazioni dalla Cina

Per iniziare, diamo un po’ di contesto. Gli Stati Uniti avevano esteso una tariffa del 10% il 4 febbraio 2025, seguita da un aumento al 20% il 4 marzo, motivato da preoccupazioni legate alla crisi degli oppiacei. Successivamente, l’11 aprile, l’amministrazione ha aggiunto un tasso “reciproco” del 34%, che entro il 12 aprile è salito a un livello effettivo fino al 145% su alcune categorie di importazioni dalla Cina. In risposta, la Cina ha imposto dazi fino al 125% sulle merci statunitensi.

A questo punto, per calmierare la tensione, è stato negoziato un accordo il 12 maggio 2025 che ha ridotto i dazi statunitensi sui prodotti cinesi al 30% e quelli cinesi su prodotti americani al 10%, con validità fino al 12 agosto 2025.

Recentemente, però, funzionari Usa e cinesi hanno tenuto colloqui a Stoccolma, precisamente il 29 luglio 2025, concordando di perseguire l’estensione della tregua tariffaria oltre la scadenza di metà agosto; tuttavia, la decisione finale resta nella mani del Presidente Trump.

A quanto ammontano i dazi dalla Cina agli USA?

Ma parliamo anche dei dazi retaliatori imposti da Pechino verso gli Stati Uniti. La Cina, infatti, ha risposto alle manovre di Washington imponendo dazi aggiuntivi che nel giro di pochi giorni sono aumentati esponenzialmente, passando dal 34% a inizio Aprile fino al 125% entro il 12 Aprile 2025. Successivamente, con l’accordo di maggio, ha ridotto i dazi al 10% fino al 12 agosto 2025, come parte della tregua. 

Ciò mostra come gli interventi siano stati estremamente dinamici e reciprocamente penalizzanti, con effetti concreti su settori sensibili come agricoltura, materie prime strategiche e tecnologia.

Cos’è l’esenzione “de minimis” negli Stati Uniti e cosa è cambiato?

Un’altra manovra particolarmente impattante, relativa ai recenti cambiamenti nelle dinamiche commerciali globali, è stata la riduzione e successiva sospensione integrale del “de minimis”. In passato, la soglia di $800 consentiva l’ingresso negli Stati Uniti di pacchi a basso valore senza dazi o procedure doganali formali, una norma prevista dalla Section 321 del Tariff Act del 1930. Questa regola ha alimentato il boom di piattaforme come Shein e Temu, che spedivano prodotti economici direttamente ai consumatori USA senza costi aggiuntivi.

Tuttavia, a partire dal 2 maggio 2025, l’amministrazione ha eliminato l’esenzione per i pacchi provenienti da Cina e Hong Kong. All’inizio, le tariffe applicate erano pari al 120 % oppure a una tariffa fissa di 100 $, successivamente ridotte al 54% a partire dal 14 maggio 2025.

Inoltre, il 30 luglio 2025, un nuovo ordine esecutivo ha esteso la sospensione dell’esenzione a livello globale, con decorrenza dal 29 agosto 2025: per sei mesi, i pacchi via posta internazionale subiranno tariffe fisse tra 80 $ e 200 $, dopodiché si passa a dazi proporzionali ad valorem per ogni paese di origine. Il provvedimento ha già causato una flessione del traffico postale dalla Cina del 35% e un calo del 4-5% nelle azioni di FedEx e UPS.

Quanto commerciano gli Stati uniti con la Cina?

Vediamo ora qualche dato veramente interessante, che forse vi aiuterà a farvi un’idea più chiara del quadro completo. 

Nel 2024, il totale degli scambi di beni tra USA e Cina ha superato i 580 miliardi di dollari: circa 438 miliardi in importazioni USA dalla Cina e 143 miliardi in esportazioni Usa verso la Cina, generando un significativo deficit commerciale di 295 miliardi. Questo squilibrio è rimasto invariato anche nei primi mesi del 2025, nonostante le oscillazioni tariffarie.

In particolare, il deficit ha reso gli Stati Uniti fortemente dipendenti da alcuni settori esteri come l’elettronica, il tessile e componentistica; in parallelo, la Cina ha puntato sulle vendite verso gli Usa per materie prime e tecnologia avanzata. Le tensioni tariffarie hanno già spinto molte aziende cinesi a reindirizzare le esportazioni verso il Sud-Est asiatico, con un aumento del 30% via Vietnam e del 25% via Indonesia, al fine di aggirare i dazi diretti.

Chi ha più bisogno di chi, Cina o Usa?

Per quanto riguarda la dipendenza reciproca, quindi, appare evidente che gli Stati Uniti importano molto più dalla Cina (438 mld $) rispetto a quanto esportano (143 mld $), rendendo Washington più vulnerabile alle interruzioni nella catena di approvvigionamento cinese.

D’altra parte, la Cina resta esposta a misure punitive statunitensi: l’aumento dei dazi riduce l’accesso di Pechino al mercato americano. In risposta, Pechino ha annunciato sostegni finanziari, meccanismi fiscali, zone franche e misure di promozione dell’export interno, per ammortizzare l’impatto sulle aziende esportatrici; ciò non toglie però che queste misure punitive siano un grosso problema per l’economia cinese.

In sintesi: gli Usa beneficiano di prodotti di consumo a basso costo, ma soffrono il deficit. La Cina, pur avendo surplus, deve affrontare barriere che ne condizionano le vendite verso gli Stati Uniti. Questo quadro suggerisce una pressione reciproca ma con effetti diversi sulle strategie commerciali di entrambi i Paesi.

In conclusione, le misure adottate nel 2025 – dalla escalation dei dazi alla sospensione globale del regime “de minimis” – stanno ridefinendo il commercio internazionale a velocità imprevedibili. 

Grazie alla conoscenza di questi cambiamenti, le aziende che operano su scala globale possono pianificare il proprio business in modo più efficace. Vi incoraggiamo a contattare CTI per una consulenza mirata e capire come adattare la vostra supply chain a questo contesto in rapido mutamento, minimizzando l’impatto operativo e tariffario.

Congestioni portuali: come si formano e come evitarle

07.28.2025
Nave cargo entra in un porto soggetto a frequenti congestioni portuali

In effetti, le congestioni portuali rappresentano un vero e proprio “ingorgo marittimo”, una sorta di collo di bottiglia del commercio via mare. Navi in attesa di ormeggio, container in stoccaggio prolungato, automezzi in coda, tutto questo rallentamento del flusso logistico causa ritardi, costi più alti e difficoltà per l’intera filiera. 

Per questa ragione, è  importante comprendere le dinamiche che causano queste problematiche e attuare soluzioni concrete ed efficaci. In questo articolo proponiamo un’analisi di questi fenomeni, speranzosi possa tornare utile a chi desidera evitare complicazioni di questo genere. 

Quali sono le operazioni portuali?

Per capire come si generi un ingorgo marittimo, è fondamentale partire dalle sequenze operative che avvengono quotidianamente in un porto. 

  • Ormeggio e disgaggio: la nave arriva, avviene l’ormeggio e parte il lifting dei container;
  • Movimentazione nel piazzale: attraverso gru, reach stacker, carrelli elevatori, sistemi di trasporto interno (come i terminal tractor), e coordinamento tramite il TOS (Terminal Operating System);
  • Transito delle merci via gomma o rotaia: i container vengono caricati su camion o treni e tolti dal terminal;
  • Sdoganamento e controlli doganali

Se una di queste fasi rallenta, l’intero flusso ne risente. Per esempio, sistemi gate lenti o processi burocratici manuali possono provocare code di camion in attesa e causando un effetto domino sullo stoccaggio e sulla disponibilità degli spazi nel piazzale. Inoltre, il TOS gioca un ruolo cruciale nello smistamento. Sistemi moderni, basati su IoT, 5G e algoritmi predittivi, permettono di ottimizzare lo stacking dei container e la gestione delle risorse, diminuendo code e attese . Dove il TOS è inefficiente o obsoleto, si generano rallentamenti che compromettono la fluidità delle operazioni .

Cosa sono i terminal portuali?

In altre parole, i terminal portuali sono l’hub fisico e operativo dove avviene la transhipment, ossia lo scambio tra nave e veicolo terrestre o ferroviario. I principali terminal sono:

  • Container terminal: destinati esclusivamente a container;
  • Terminal polivalenti: gestiscono sia merce general cargo sia container;
  • Terminal bulk/liquidi: dedicati a cereali, petrolio, minerali, ecc.

Il TOS non solo coordina la movimentazione, ma definisce anche la scansione dei gate, controllando l’accesso dei camion e il flusso in entrata e uscita, così da ridurre “gate congestion”. In porti altamente digitalizzati, i sistemi permettono la pre-registrazione e il riconoscimento automatico degli automezzi, accelerando i tempi di transito. Se questo sistema, invece, è obsoleto o non integrato, l’efficienza cala notevolmente.

Come si genera la congestione portuale

La congestione nasce quando l’offerta di spazi e servizi portuali non regge alla domanda. Nello specifico, possono sussistere motivazioni legate a una determinata rotta in un determinato periodo storico, o a situazioni critiche presso porti con infrastrutture obsolete. Per iniziare, vediamo alcune cause:

  1. Picchi di traffico imprevisti, come il boom di richieste prima del Lunar New Year;
  2. Capacità limitata: mancanza di banchine, yard, automezzi o vagoni;
  3. Scarsità di manodopera, dovuta a scioperi o carenze croniche di personale;
  4. Inefficienze organizzative o tecnologiche, come sistemi TOS obsoleti;
  5. Fattori esterni, tipo meteo avverso o tensioni geopolitiche: pensiamo alle rotte deviate per evitare il Mar Rosso e alle conseguenti congestioni a Singapore o Rotterdam, o all’aumento delle rotte transpacifiche che ha conseguentemente aumentato la pressione sui grandi hub.

Le congestioni che ne conseguono possono essere di tre differenti tipologie: la vessel congestion, che vede moltitudini di navi in fila in rada, la yard congestion, con piazzali pieni di container da organizzare e gestire, e la gate congestion, ossia lunghe file di camion in coda ai cancelli. Oltretutto, queste differenti tipologie di congestione si alimentano a vicenda, e spesso le une sono causa delle altre.

Gli effetti delle congestioni portuali

Quando uno scalo si affolla, i ritardi si propagano come onde. Ad esempio, in porti come Los Angeles, Chittagong o Durban, l’attesa media delle navi supera i tre o quattro giorni, e aumenta esponenzialmente nelle situazioni critiche. Questo provoca costi aggiuntivi per demurrage e rallentamenti nelle supply chain. Inoltre, non sono da sottovalutare gli impatti ambientali: diesel bruciato da navi ferme e camion che restano in coda contribuiscono all’aumento delle emissioni.

Dal punto di vista industriale, si registrano interruzioni nella produzione, ritardi nelle consegne e necessità di aumentare scorte sul territorio, con conseguente aumento dei costi logistici globali.

Strategie per prevenire e gestire la congestione

1. Potenziamento infrastrutturale

In particolare, l’ampliamento delle banchine e l’automazione (gru, TOS avanzati basati su AI, digital twin) consentono di aumentare il throughput .

2. Pianificazione dinamica e previsione

Grazie all’analisi dei flussi, sistemi predittivi e intelligenza artificiale consentono di organizzare arrivi e partenze con minor sovraccarico.

3. Diversificazione delle rotte e utilizzo di porti alternativi

Quando i porti principali sono al limite, diventa fondamentale deviare verso scali meno congestionati. Si vedano i vantaggi ottenuti passando da Anversa verso Rotterdam o altri hub regionali .

4. Ottimizzazione della manodopera

Contratti flessibili, turni incrociati tra porti, assunzioni mirate possono contenere i colli di bottiglia umani .

5. Digitalizzazione delle procedure doganali

La riduzione delle formalità cartacee e l’implementazione di EDI o sistemi digitali permettono snellimenti nei tempi di sdoganamento.

6. Visibilità in tempo reale

Dashboard come quelli offerti da GoComet o altri provider forniscono dati live su arrivi, code e tassi di occupazione del terminal.

7. Coordinamento tra stakeholder

Collaborazione tra armatori, terminalisti, autorità, TOS e traffic manager facilita flussi più fluidi e sincronizzati.

In breve, le congestioni portuali non sono inevitabili, sono la conseguenza di una serie di criticità operative, prevedibili e non. 

Concludendo, vale la pena notare che solo un approccio integrato tra operatori, autorità portuali e partner logistici può realmente prevenire le congestioni. 

Se volete approfondire come CTI può supportarvi a implementare soluzioni anti-congestione personalizzate per la vostra supply chain, non esitate a contattarci per una consulenza dedicata.

L’assicurazione delle merci nei trasporti internazionali

05.30.2025
raffigurazione di un globo con i meridiani e i paralleli, con un piccolo tir e un grande documento per l'assicurazione delle merci nei trasporti internazionali

Il trasporto internazionale di merci è un settore cruciale per l’economia globale, tuttavia presenta numerosi rischi. Perdite, danni e ritardi possono causare ingenti costi sia per i mittenti che per i destinatari delle merci. Per questo motivo, esistono diverse soluzioni assicurative, tra cui l’assicurazione vettoriale e la copertura prevista dalla Convenzione CMR per il trasporto su strada. In particolare, in questo articolo esploreremo le caratteristiche di queste polizze, i loro costi e le differenze tra le varie forme di protezione.

Perciò, se vuoi spedire in tutta tranquillità, continua a leggere: le risposte che cerchi sono qui!

Assicurazione vettoriale: le cose principali da sapere

Quando un’azienda affida la spedizione delle proprie merci a un trasportatore, quest’ultimo assume una responsabilità ben precisa: garantire che il carico arrivi a destinazione in perfette condizioni. Tuttavia, il trasporto su strada è soggetto a molteplici rischi, come incidenti, furti o danni dovuti a eventi imprevisti. Di conseguenza, la legge impone al vettore di sottoscrivere un’assicurazione specifica, detta assicurazione vettoriale.

Questa polizza rappresenta una garanzia di sicurezza per le merci trasportate e un’adeguata tutela sia per il vettore che per i suoi clienti. In altre parole, la sua funzione principale è quella di coprire eventuali danni che potrebbero verificarsi durante il trasporto. Ma quali sono le sue caratteristiche principali? Vediamole nel dettaglio.

Che cos’è l’assicurazione vettoriale

L’assicurazione vettoriale è una polizza di responsabilità civile obbligatoria per i vettori che effettuano trasporti per conto terzi. In particolare, il suo scopo è quello di proteggere il trasportatore da eventuali richieste di risarcimento nel caso in cui le merci subiscano danni, smarrimenti o altre problematiche durante il tragitto.

Cosa copre la polizza vettoriale?

La polizza vettoriale copre generalmente:

  • Danni o perdita delle merci trasportate
  • Furto durante il tragitto
  • Incidenti o eventi straordinari (ad esempio, incendi, ribaltamenti, ecc.)
  • Ritardi nella consegna sebbene questi debbano essere causati da eventi coperti dalla polizza

Tuttavia, possono esserci limitazioni o esclusioni a seconda della compagnia assicurativa e delle condizioni contrattuali.

Quali sono gli obblighi del vettore nel trasporto?

Il vettore ha la responsabilità di garantire che la merce affidatagli sia trasportata in sicurezza e che venga consegnata al destinatario nei tempi previsti. Inoltre, è tenuto a seguire con scrupolo le indicazioni fornite dal mittente, assicurandosi che tutte le procedure siano rispettate. Per esempio, tra gli obblighi fondamentali rientra anche la corretta gestione della documentazione di trasporto, tra cui la lettera di vettura, che certifica i dettagli della spedizione.

Quanto costa un’assicurazione vettoriale?

Il costo di un’assicurazione vettoriale può variare in base a diversi fattori. Per esempio, tra questi vi sono la tipologia di merce trasportata, il suo valore, la distanza percorsa e il livello di copertura scelto. In generale, il premio assicurativo può andare da qualche centinaio a diverse migliaia di euro all’anno, a seconda delle specifiche esigenze dell’azienda di trasporto.

Quanto rimborsa un’assicurazione vettoriale?

L’importo massimo rimborsabile dall’assicurazione vettoriale è regolato dalla normativa vigente. Infatti, nei trasporti nazionali, il risarcimento previsto è solitamente di circa 1 euro per ogni chilogrammo di peso lordo della merce persa o danneggiata. Analogamente, per quanto riguarda i trasporti internazionali, si applicano i limiti stabiliti dalla Convenzione CMR.

Che differenza c’è tra una polizza vettoriale e una polizza per conto?

La differenza tra una polizza vettoriale e una polizza per conto risiede nella loro finalità. Anziché coprire l’intero valore delle merci, la polizza vettoriale, essendo obbligatoria per i trasportatori, copre esclusivamente la responsabilità civile del vettore nei confronti delle merci trasportate.

Invece, la polizza per conto è stipulata direttamente dal proprietario delle merci e offre una protezione più ampia, coprendo il valore totale del carico senza i limiti previsti dalla polizza vettoriale.

La convenzione CMR per il trasporto internazionale su strada 

Nel trasporto internazionale di merci su strada, oltre alla polizza vettoriale, è altrettanto importante considerare la Convenzione CMR. Infatti, si tratta di un trattato internazionale che regola il trasporto di merci tra diversi paesi e stabilisce le responsabilità del vettore in caso di danni o perdita della merce. In altre parole, questa convenzione ha lo scopo di uniformare le norme a livello internazionale, offrendo un quadro giuridico chiaro sia per i trasportatori che per i proprietari delle merci.

In particolare, la Convenzione CMR definisce vari aspetti del trasporto, compresa la documentazione necessaria e le modalità di gestione delle controversie. Comprendere le sue regole è essenziale per chi opera nel settore, poiché fornisce garanzie e protezioni legali utili in caso di problemi durante la spedizione.

Quali sono le regole della convenzione CMR?

La Convenzione CMR stabilisce che per ogni trasporto internazionale su strada debba essere compilata una lettera di vettura CMR, un documento essenziale che certifica le condizioni di trasporto della merce. Inoltre, regola i limiti di responsabilità del vettore e stabilisce le circostanze in cui può essere considerato responsabile di eventuali danni alla merce.

Per esempio, in caso di perdita o danneggiamento della merce durante il trasporto, il vettore può essere tenuto a risarcire il danno, ma solo nei limiti previsti dalla Convenzione. Per questo motivo, è fondamentale conoscere le condizioni specifiche stabilite dal trattato.

Come si fa un CMR?

Il CMR è un documento di trasporto redatto in tre esemplari che devono essere firmati dal mittente, dal vettore e dal destinatario. Inoltre, deve contenere informazioni dettagliate sul trasporto, come i dati del mittente e del destinatario, la descrizione della merce, il peso e il volume del carico, nonché la data e il luogo di partenza e di arrivo.

Dunque, la sua corretta compilazione è fondamentale per garantire la tracciabilità della spedizione e tutelare tutte le parti coinvolte.

Chi lo redige?

La redazione del documento CMR spetta principalmente al mittente, anche se spesso viene compilato con l’assistenza dello spedizioniere e del vettore. In effetti, è un documento fondamentale, poiché certifica l’accordo tra le parti coinvolte nella spedizione e rappresenta una garanzia sia per il mittente che per il destinatario.

Quando non serve compilarlo?

Il CMR non è richiesto nei trasporti nazionali o quando il trasporto avviene interamente all’interno di un singolo Stato senza attraversamento di frontiere. In questi casi, si utilizzano documenti di trasporto nazionali, che forniscono comunque una tracciabilità della merce.

Tuttavia, è sempre importante verificare le normative vigenti, perché alcuni paesi potrebbero richiedere documenti specifici anche per trasporti interni.

Cos’è l’assicurazione CMR?

L’assicurazione CMR è una polizza specifica per il trasporto internazionale su strada e copre la responsabilità del vettore nei confronti della merce trasportata. Grazie a questa polizza, è possibile ottenere un risarcimento in caso di perdita o danneggiamento della merce, nei limiti stabiliti dalla Convenzione CMR.

Perciò, è una protezione essenziale per chi opera nel settore del trasporto su strada e vuole ridurre i rischi connessi all’attività.

Cosa copre?

L’assicurazione CMR copre:

  • Danni o perdita delle merci durante il trasporto internazionale
  • Responsabilità del vettore nei limiti della Convenzione CMR
  • Eventuali costi legali per controversie legate al trasporto

Tuttavia, alcune esclusioni possono riguardare cause di forza maggiore o negligenza del mittente. Per questo motivo, è fondamentale leggere attentamente i termini della polizza prima di stipularla.

Infine, conoscere le normative e le polizze assicurative nel trasporto internazionale è essenziale per proteggere le merci e garantire una gestione efficiente dei rischi logistici.

La polizza assicurativa CARGO: un must have che toglie ogni pensiero

Nel contesto del trasporto internazionale, le aziende devono affrontare molteplici insidie che possono compromettere la sicurezza delle loro merci. Per questo motivo, oltre alle coperture previste dalle assicurazioni vettoriali e dalla Convenzione CMR, esiste una soluzione assicurativa che offre una protezione ancora più ampia: la polizza Cargo.

In particolare, questo tipo di assicurazione è concepito per garantire un risarcimento completo in caso di danni, furti o altri imprevisti che possano compromettere la merce durante il tragitto. Grazie alla sua flessibilità, è considerata una delle coperture più affidabili e versatili. Di conseguenza, l’assicurazione Cargo è ormai diventata un must per tutte le imprese che desiderano operare nel commercio internazionale con maggiore tranquillità.

Perché un’azienda dovrebbe considerare l’assicurazione “Cargo” per il trasporto delle proprie merci?

Le merci in transito sono esposte a numerosi rischi, come danni fisici, furti o smarrimenti, che possono comportare perdite finanziarie significative. Sebbene i fornitori di servizi logistici adottino misure per garantire la sicurezza delle spedizioni, vi sono fattori imprevedibili che possono compromettere l’integrità della merce.

Inoltre, la scarsa trasparenza nei modelli di valutazione del rischio utilizzati dai fornitori rende difficile per le aziende stimare l’efficacia delle misure di protezione in essere. Di conseguenza, l’assicurazione “Cargo” rappresenta una soluzione efficace, poiché offre una copertura finanziaria per qualsiasi evento avverso che possa verificarsi durante il trasporto.

Quali sono le caratteristiche dell’assicurazione per il trasporto “Cargo” delle merci?

L’assicurazione “Cargo” è una polizza che copre le perdite e i danni ai beni trasportati, indipendentemente dal mezzo di trasporto utilizzato, che sia terrestre, marittimo o aereo.

Inoltre, questa copertura si estende a una vasta gamma di rischi, compresi incidenti, calamità naturali e altri eventi imprevisti che potrebbero compromettere l’integrità delle merci. Per spiegare meglio, la polizza può essere personalizzata in base alle esigenze specifiche dell’azienda, tenendo conto della natura delle merci trasportate, delle rotte seguite e di altri parametri rilevanti.

In conclusione, si può dire che affidarsi a consulenti esperti, come CTI, aiuta le imprese a individuare le coperture più adeguate e a gestire con maggiore efficacia i rischi connessi al trasporto internazionale.

Non esitare, quindi, a contattarci per richiedere una consulenza personalizzata!

Guida sulle dogane più severe e stringenti al mondo

05.27.2025
impiegata doganale di uno dei paesi con le dogane più severe al mondo che si occupa di effettuare un controllo su un container

Quando si parla di commercio internazionale, la dogana è uno degli aspetti più critici da gestire. Infatti, ogni paese ha le proprie normative, e in alcuni casi, queste possono essere estremamente rigide, rendendo il processo di importazione ed esportazione complesso e pieno di ostacoli.

Se spedire merci all’estero fosse sempre semplice, nessuna azienda avrebbe problemi di ritardi, documentazione infinita o tasse impreviste. Ma la realtà è ben diversa.

In questa guida analizzeremo le dogane più severe al mondo, fornendo consigli su come gestire al meglio le procedure di sdoganamento e individuando anche i paesi con le normative più efficienti

Quali sono le dogane più severe al mondo?

Le normative doganali variano notevolmente da paese a paese: mentre alcuni stati hanno procedure snelle e trasparenti, altri impongono controlli rigorosi, documentazione dettagliata e costi doganali elevati.

Di seguito evidenziamo le principali difficoltà che le aziende possono incontrare quando spediscono merci in ciascuno di questi paesi. 

Brasile

Il Brasile è noto per avere una delle dogane più complesse al mondo. Le procedure di sdoganamento sono caratterizzate da elevata burocrazia, ispezioni dettagliate e tasse d’importazione particolarmente alte.

Per superare questi ostacoli, è necessario disporre di un broker doganale locale che assista nelle operazioni. La documentazione richiesta è molto specifica e comprende fatture commerciali dettagliate, dichiarazioni di origine e codici di identificazione delle merci. Inoltre, ogni spedizione deve essere pre-dichiarata per evitare ritardi e problemi con le autorità doganali.

India

Similmente a quanto accade in Brasile, anche l’India impone regole stringenti, in particolare sulla documentazione necessaria per l’importazione. Oltre alla fattura commerciale, è richiesta una dichiarazione di origine e, in molti casi, il modulo KYC (Know Your Customer). Inoltre, per completare la procedura, sia il mittente che il destinatario devono fornire copie del passaporto e una delega (Power of Attorney) al broker doganale.

Un altro aspetto critico è la variabilità delle normative a seconda del porto di ingresso, il che può portare a ritardi imprevedibili. Per agevolare il processo, è consigliabile pianificare in anticipo e verificare attentamente tutti i documenti richiesti.

Regno Unito

Dopo la Brexit, il Regno Unito ha introdotto nuove normative doganali, rendendo il processo di importazione ed esportazione più complesso rispetto al passato. Oltre ai documenti standard, per sdoganare le merci è obbligatorio ottenere un numero EORI (Economic Operators Registration and Identification).

Sudafrica

Le procedure doganali del Sudafrica sono caratterizzate da tempi di elaborazione lunghi e da un sistema burocratico complesso. Anche se la documentazione richiesta è simile a quella di altri paesi, il processo di approvazione può essere imprevedibile.

Per evitare ritardi e costi aggiuntivi, è consigliabile lavorare con un broker doganale locale, che conosce le dinamiche del sistema doganale sudafricano e può facilitare lo sdoganamento.

Guatemala

Spedire merci in Guatemala può essere complicato a causa delle rigide normative doganali. È necessario presentare un’ampia documentazione, tra cui fatture dettagliate e dichiarazioni di origine, oltre a seguire scrupolosamente le procedure di pre-dichiarazione.

Le aziende che operano con il Guatemala devono assicurarsi di avere tutta la documentazione ben organizzata e di collaborare con un broker locale per evitare problemi con le autorità doganali.

Filippine

Le Filippine sono note per avere un sistema doganale particolarmente complesso, con tariffe elevate e regolamenti rigidi. L’intero processo di sdoganamento può essere lungo, costoso e pieno di ostacoli burocratici.

Per semplificare il processo, è fondamentale preparare in anticipo tutti i documenti richiesti, incluse fatture commerciali dettagliate e certificati di origine. 

Turchia

In Turchia, il processo di sdoganamento può essere imprevedibile e spesso influenzato da cambiamenti normativi improvvisi. Le autorità doganali possono applicare restrizioni particolari a determinati prodotti e richiedere documentazione aggiuntiva.

Indonesia

 Un altro paese che impone rigide restrizioni sulle importazioni e richiede un controllo approfondito della documentazione è l’Indonesia. Il processo di sdoganamento può essere lungo, specialmente se la spedizione non è accompagnata da tutta la documentazione richiesta.

Per evitare complicazioni, è necessario collaborare con un broker doganale esperto che possa garantire il rispetto delle normative locali e facilitare il passaggio delle merci.

Messico

Il Messico presenta sfide doganali uniche, specialmente per chi importa tessili o grandi quantitativi di prodotti. Il paese applica restrizioni severe sui volumi di merce importata e impone dazi elevati sulle merci provenienti dalla Cina.

Per evitare problemi, molte aziende scelgono di spedire prodotti diversi dai tessili, come quelli tecnologici, che non sono soggetti alle stesse restrizioni. Inoltre, per le spedizioni B2C, il Messico impone un limite massimo di 9 pezzi per spedizione, il che può complicare le operazioni per le aziende che vendono direttamente ai consumatori finali.

Come gestire le procedure di sdoganamento nelle dogane più complesse?

Navigare tra le normative doganali più rigide può essere una sfida, ma con la giusta preparazione è possibile ridurre il rischio di ritardi e complicazioni. Quindi, ora che abbiamo visto quali sono le dogane più severe, vediamo come affrontarle nel modo più efficace.

Prima di tutto, è essenziale conoscere in dettaglio la normativa del paese di destinazione. Le leggi doganali cambiano frequentemente, quindi è utile monitorare eventuali aggiornamenti e adeguarsi di conseguenza.

Inoltre, una delle principali cause di ritardi è la documentazione incompleta o errata. Piccoli errori nei documenti possono portare a blocchi doganali e costi aggiuntivi. Perciò, ogni fattura commerciale, certificato di origine e dichiarazione deve essere compilata con la massima precisione.

Infine, collaborare con broker doganali locali ed esperti di logistica internazionale può fare la differenza. Questi professionisti conoscono le procedure nel dettaglio e possono facilitare l’intero processo, evitando problemi imprevisti.

Quali sono invece i paesi con le dogane e procedure doganali migliori?

Mentre alcune dogane sono note per la loro rigidità, esistono paesi che si distinguono per procedure snelle ed efficienti, facilitando il commercio internazionale.

Tra i migliori in assoluto troviamo Hong Kong e Singapore, che vantano procedure chiare, digitalizzate e prive di eccessiva burocrazia, rendendoli due dei principali hub commerciali mondiali.

Anche gli Emirati Arabi Uniti si sono affermati come un modello di efficienza grazie a ingenti investimenti in infrastrutture logistiche e sistemi doganali digitalizzati che semplificano il commercio estero.

In Europa, spiccano Finlandia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Irlanda, dove le pratiche burocratiche sono ridotte al minimo e i tempi di sdoganamento tra i più rapidi al mondo. Ad esempio, in Finlandia l’intero processo di esportazione richiede meno di 36 ore, mentre in Irlanda i tempi si riducono addirittura a 24 ore.

Anche Nuova Zelanda e Georgia si distinguono per l’efficienza del loro sistema doganale, grazie a normative semplificate e infrastrutture avanzate che facilitano il commercio internazionale.

Infine, il Qatar ha investito nella digitalizzazione dei processi, creando un sistema rapido e trasparente che lo rende un importante hub logistico nella regione del Golfo.

Disporre di un sistema doganale efficiente è un vantaggio strategico per qualsiasi paese, poiché favorisce il commercio globale e riduce i costi per le imprese. Tuttavia, non tutte le nazioni offrono lo stesso livello di facilità nello sdoganamento, ed è proprio qui che nascono i rischi più inaspettati per le aziende.

I principali rischi inaspettati in dogana

Oltre alla rigidità delle normative, esistono rischi imprevisti che possono impattare negativamente le operazioni doganali di un’azienda. Vediamo quali sono i più comuni e come evitarli.

Uno dei rischi principali riguarda i prodotti a doppio uso, che possono essere soggetti a restrizioni se destinati a usi militari. Errori nella dichiarazione possono portare a sanzioni o al blocco della merce. Un altro problema comune è la violazione della proprietà intellettuale, con il sequestro di beni contraffatti che non possono essere individuati con semplici controlli a raggi X.

Anche la classificazione tariffaria errata è un rischio rilevante: un codice doganale sbagliato può far perdere benefici fiscali o generare dazi più alti del previsto. 

Oltretutto, possono sorgere problemi anche a causa della scarsa comunicazione interna: se un’azienda cambia fornitore o modalità di trasporto e non aggiorna le dichiarazioni doganali, può incorrere in sanzioni retroattive. Inoltre, le normative sanitarie e fitosanitarie possono bloccare l’importazione di prodotti alimentari e dispositivi medici se il paese di origine non rispetta gli standard richiesti.

Infine, con l’aumento dei controlli post-clearance, le aziende potrebbero trovarsi a dover affrontare audit doganali anni dopo l’importazione, con il rischio di sanzioni e dazi aggiuntivi.

In conclusione, le procedure doganali possono essere una risorsa o un ostacolo per il commercio internazionale, a seconda del paese di riferimento e della preparazione dell’azienda. Mentre alcune nazioni vantano sistemi efficienti e digitalizzati, altre impongono regolamenti stringenti e imprevedibili. Per questo, la conoscenza delle normative, la corretta gestione documentale e una strategia di compliance efficace sono elementi fondamentali per ridurre i rischi e garantire operazioni fluide.

Insomma, possiamo dire che affidarsi a esperti del settore non è solo consigliabile, ma strategicamente essenziale. CTI offre consulenze specializzate per supportare le aziende nella gestione della logistica e delle normative doganali.

Se vuoi garantire spedizioni senza intoppi e minimizzare i rischi, contatta il nostro team per una consulenza personalizzata!

Il trasporto multimodale: più efficienza, riduzione dei costi e flessibilità nelle spedizioni

05.20.2025
raffigurazione del concetto di trasporto multimodale: una nave porta container, un tir e un aereo cargo in mezzo a una moltitudine di persone che camminano

Il trasporto multimodale rappresenta una soluzione avanzata nel settore logistico, combinando diverse modalità di trasporto per ottimizzare l’efficienza, ridurre i costi e aumentare la flessibilità nelle spedizioni. Questo approccio integrato consente alle aziende di affrontare le sfide della supply chain globale con maggiore agilità e precisione.

Cosa vuol dire trasporto multimodale?

Il trasporto multimodale si riferisce all’utilizzo coordinato di due o più modalità di trasporto differenti, come strada, ferrovia, mare o aria, all’interno di un unico contratto di trasporto. In altre parole, le merci vengono movimentate dal punto di origine alla destinazione finale attraverso diverse modalità, ma sotto la gestione di un unico operatore logistico, noto come Operatore di Trasporto Multimodale (MTO). Questo approccio semplifica la gestione logistica, poiché il cliente interagisce con un solo interlocutore responsabile dell’intero processo, dalla pianificazione alla consegna.

Un aspetto distintivo del trasporto multimodale è l’emissione di un unico documento di trasporto, spesso denominato Polizza di Carico Multimodale, che copre l’intero percorso della spedizione. Questo documento unificato facilita le procedure amministrative e doganali, riducendo la complessità burocratica associata alla gestione di documenti separati per ciascuna modalità di trasporto utilizzata.

Come funziona il trasporto multimodale?

Il funzionamento del trasporto multimodale prevede una pianificazione dettagliata e un coordinamento efficiente tra le diverse modalità di trasporto coinvolte. Il processo inizia con la valutazione delle caratteristiche della merce, delle esigenze del cliente e delle specifiche del percorso. Successivamente, l’Operatore di Trasporto Multimodale sviluppa un piano logistico ottimizzato che combina le modalità di trasporto più appropriate per garantire tempi di transito ridotti e costi competitivi.

Ad esempio, una spedizione potrebbe iniziare con il trasporto su strada dalla sede del mittente a un terminal ferroviario, proseguire su rotaia fino a un porto marittimo, essere caricata su una nave per il trasporto oltremare e, infine, essere consegnata al destinatario finale tramite un ulteriore trasporto su strada. Durante tutto questo processo, l’MTO monitora e gestisce ogni fase, assicurando una transizione fluida tra le diverse modalità e risolvendo eventuali problematiche logistiche.

Trasporto multimodale e intermodale: vediamo assieme le principali differenze

Sebbene i termini “multimodale” e “intermodale” siano spesso utilizzati in modo intercambiabile, esistono differenze chiave tra i due concetti. Nel trasporto intermodale, le merci rimangono all’interno della stessa unità di carico, come un container standardizzato, per l’intera durata del viaggio, senza essere mai scaricate o ricaricate. Questo metodo riduce il rischio di danneggiamento e aumenta l’efficienza nelle operazioni di trasferimento.

Al contrario, il trasporto multimodale consente il trasferimento della merce tra diverse unità di carico o mezzi di trasporto. Questo permette una maggiore flessibilità nella scelta delle modalità di spedizione, ma può richiedere operazioni di movimentazione aggiuntive che potrebbero incidere sui tempi di consegna e sui costi complessivi.

Chi compila il multimodal, documento necessario per i trasporti multimodali?

Il documento multimodale è un elemento essenziale per garantire la corretta gestione delle spedizioni multimodali. La sua compilazione è a carico dell’Operatore di Trasporto Multimodale, che è responsabile della gestione dell’intero processo logistico.

Chi firma la multimodalità?

La firma del documento multimodale spetta all’Operatore di Trasporto Multimodale e, in alcuni casi, ai vettori coinvolti nelle diverse fasi del trasporto. Questo garantisce che ogni fase della spedizione sia coperta da un unico contratto di trasporto, semplificando la gestione amministrativa e riducendo i rischi legati alla responsabilità delle merci durante il transito.

Merci pericolose: la compilazione del Multimodal Dangerous Goods

Quando si trasportano merci pericolose, la documentazione deve rispettare normative specifiche per garantire la sicurezza dell’intera catena logistica. Il documento Multimodal Dangerous Goods Declaration (DGD) è fondamentale per dichiarare la natura delle merci pericolose trasportate e le relative precauzioni da adottare.

Che cosa significa DGD (Declaration for Dangerous Goods)?

Il DGD (Declaration for Dangerous Goods) è un documento obbligatorio che attesta la conformità della spedizione alle normative internazionali sul trasporto di merci pericolose. Questo documento deve essere compilato accuratamente, includendo dettagli sul tipo di merce, le classi di pericolo, le misure di sicurezza e le informazioni sui materiali di imballaggio utilizzati.

Vantaggi del trasporto multimodale

L’adozione del trasporto multimodale offre numerosi vantaggi alle aziende che operano nel commercio internazionale:

  • Maggiore efficienza operativa: la combinazione di diverse modalità di trasporto consente di ottimizzare i tempi di consegna e ridurre i ritardi.
  • Riduzione dei costi: grazie alla scelta delle opzioni di trasporto più economiche e alla gestione centralizzata della logistica, è possibile abbattere i costi complessivi della spedizione.
  • Maggiore flessibilità: il trasporto multimodale permette di adattarsi alle esigenze specifiche delle spedizioni, utilizzando le modalità più adatte per ciascuna tratta.
  • Sostenibilità ambientale: l’uso combinato di mezzi di trasporto più ecologici, come il trasporto ferroviario o marittimo, contribuisce a ridurre l’impatto ambientale delle operazioni logistiche.

In conclusione, il trasporto multimodale rappresenta una soluzione strategica per le aziende che desiderano ottimizzare la propria supply chain, migliorando l’efficienza operativa, riducendo i costi e minimizzando l’impatto ambientale. Adottare questo approccio consente di affrontare le sfide logistiche moderne con maggiore flessibilità e competitività.

Se desideri scoprire come il trasporto multimodale può migliorare le tue operazioni logistiche e contribuire al successo della tua azienda, contattaci oggi stesso. Il nostro team di esperti è pronto a fornirti una consulenza personalizzata per sviluppare soluzioni su misura che rispondano alle tue esigenze specifiche.

Rischi e costi imprevisti nelle spedizioni internazionali: esempi e consigli utili

05.13.2025
raffigurazione di un tir affianco ad alcune monete e un globo con una freccia verso il basso, che indica i costi imprevisti nelle spedizioni internazionali

Oggi parliamo di un tema che coinvolge quasi tutte  sfere del macromondo della logistica. In effetti, è probabilmente uno degli argomenti che, più di molti altri, viene percepito come cruciale da tutti gli attori in scena. Le spedizioni internazionali, infatti, rappresentano un elemento cruciale per le aziende che operano su larga scala. Tuttavia, dietro ogni carico che attraversa confini e oceani, si nasconde una serie di costi imprevisti e rischi logistici che possono incidere significativamente sui margini di profitto. Ritardi doganali, errori nella documentazione, spese di stoccaggio inattese e aumenti improvvisi delle tariffe sono solo alcune delle insidie che possono colpire un’operazione di trasporto internazionale. Come affrontare questi problemi in modo proattivo? In questo articolo esploreremo i principali rischi e costi imprevisti nelle spedizioni internazionali e, in aggiunta, forniremo consigli utili per ottimizzare la logistica.

I principali rischi nelle spedizioni internazionali

Uno degli ostacoli più comuni nelle spedizioni globali riguarda la documentazione incompleta o errata. Ogni paese ha regolamenti specifici e la mancanza di un modulo necessario o un codice doganale errato può comportare ritardi significativi e sanzioni finanziarie. In altre parole, una semplice svista nella classificazione delle merci può far lievitare i costi di importazione o addirittura bloccare il carico in dogana per giorni o settimane.

Un altro fattore critico è l’imballaggio inadeguato. Le merci devono essere protette non solo dagli urti e dalle vibrazioni del trasporto, ma anche dagli agenti atmosferici. Un imballaggio insufficiente può tradursi in danni alla merce e, di conseguenza, in resi, reclami e costi aggiuntivi per la sostituzione dei prodotti.

I ritardi imprevisti sono un altro problema che affligge frequentemente le spedizioni internazionali. Le cause possono essere molteplici: condizioni meteorologiche avverse, scioperi nei porti, congestione del traffico marittimo o problemi tecnici dei vettori. Anche una pianificazione meticolosa può non essere sufficiente a evitare imprevisti di questo tipo, ma strategie di gestione dei rischi possono ridurne l’impatto.

Infine, spesso le aziende si trovano ad affrontare costi nascosti e supplementi inattesi. Questi possono includere tasse doganali inaspettate, sovrapprezzi per la spedizione in aree remote, spese di stoccaggio prolungato e supplementi legati alle variazioni improvvise del costo del carburante. Perciò, senza una pianificazione accurata, questi costi possono incidere pesantemente sulla redditività di un’azienda.

Costi nascosti: dove possono annidarsi le spese impreviste?

Uno dei costi imprevisti più comuni nelle spedizioni internazionali è rappresentato dalle spese di controstallia e detenzione. Quando un container non viene ritirato o restituito nei tempi previsti, il proprietario del terminal può applicare tariffe giornaliere per il suo utilizzo prolungato. Questo accade frequentemente quando ci sono ritardi nella documentazione o problemi nello sdoganamento delle merci.

Un altro costo nascosto riguarda gli esami doganali e le ispezioni. Le autorità, infatti, possono selezionare casualmente le spedizioni per controlli approfonditi, che possono variare dalla semplice revisione dei documenti a ispezioni fisiche più complesse. Queste operazioni non solo allungano i tempi di transito, ma possono anche generare costi aggiuntivi per la movimentazione delle merci e per i giorni extra di permanenza nei terminal.

Alcuni operatori logistici e spedizionieri si trovano, poi, a fronteggiare gli aumenti tariffari improvvisi. Le compagnie di trasporto marittimo, ad esempio, applicano regolarmente il General Rate Increase (GRI), un meccanismo che permette di aumentare le tariffe di trasporto in funzione delle condizioni di mercato. Questi aumenti possono essere particolarmente gravosi per le aziende che non pianificano con attenzione i propri budget di spedizione.

Cosa significa ottimizzazione dei costi della logistica?

L’ottimizzazione dei costi nella logistica non significa semplicemente tagliare le spese, ma piuttosto trovare il giusto equilibrio tra efficienza e risparmio. Ridurre i costi in maniera indiscriminata, infatti, può portare a problemi di servizio, ritardi e danni alle merci. Al contrario, un’ottimizzazione ben pianificata permette di ottenere un vantaggio competitivo migliorando la gestione operativa e riducendo le spese superflue.

Uno degli strumenti più efficaci per ottimizzare i costi logistici è l’uso intelligente della tecnologia. Software avanzati per la gestione delle spedizioni e l’analisi dei dati possono aiutare le aziende a prevedere i costi, tracciare le spedizioni in tempo reale e ottimizzare le rotte di trasporto. Inoltre, l’integrazione di sistemi di automazione nei magazzini riduce i tempi di movimentazione e minimizza gli errori umani.

Come ottimizzare i costi di trasporto nelle spedizioni internazionali?

Un primo passo per ridurre i costi di trasporto è selezionare con attenzione i fornitori di servizi logistici. Non sempre il prezzo più basso è la scelta migliore: affidarsi a operatori affidabili e trasparenti può ridurre significativamente i rischi e i costi imprevisti.

Un’altra strategia efficace è il consolidamento delle spedizioni. Infatti, anzichè spedire carichi parziali più volte al mese, raggruppare più ordini in un’unica spedizione permette di ridurre i costi di trasporto e le spese accessorie.

Infine, un’adeguata pianificazione della supply chain può fare la differenza. Prevedere la domanda con precisione ed evitare urgenze riduce la necessità di spedizioni rapide, che spesso comportano costi molto più elevati rispetto ai trasporti standard.

Quali sono i principali KPI logistici?

Per una gestione logistica efficiente, è fondamentale monitorare costantemente alcuni indicatori chiave di prestazione (KPI – Key Performance Indicators). In particolare, questi dati consentono alle aziende di valutare l’efficacia delle loro operazioni, individuare inefficienze e migliorare la supply chain.

  • Tempo di transito medio: misura la durata media di una spedizione dal punto di origine alla destinazione finale. Ridurre questo valore migliora l’affidabilità delle consegne e riduce i costi di gestione.
  • Tasso di puntualità delle consegne: indica la percentuale di spedizioni consegnate nei tempi previsti. Un elevato tasso di puntualità è essenziale per garantire la soddisfazione del cliente e migliorare la reputazione aziendale.
  • Costo per unità spedita: calcola il costo medio sostenuto per spedire un’unità di prodotto. Un’analisi regolare di questo KPI aiuta a individuare opportunità di ottimizzazione e riduzione delle spese logistiche.
  • Indice di danni e resi: misura la percentuale di prodotti danneggiati o restituiti rispetto al totale delle spedizioni. Un valore elevato può indicare problemi nell’imballaggio, nel trasporto o nella gestione delle merci.
  • Rotazione delle scorte: rappresenta il numero di volte in cui un’azienda rinnova il proprio inventario in un determinato periodo. Un’alta rotazione suggerisce una gestione efficiente delle scorte, mentre una bassa rotazione può indicare eccesso di stock o difficoltà di vendita.

Oltre a questi KPI principali, molte aziende monitorano anche indicatori come il lead time della supply chain, il tasso di utilizzo della capacità di carico e il livello di soddisfazione del cliente. L’adozione di strumenti digitali e software di gestione permette di raccogliere dati precisi, migliorare la pianificazione logistica e prendere decisioni strategiche più efficaci.

Trasformare i rischi in opportunità

In conclusione, si può dire che le spedizioni internazionali siano a tutti gli effetti piene di sfide, ma è altrettanto vero che con la giusta strategia è possibile trasformarle in un vantaggio competitivo. Infatti, un approccio strategico alla logistica non solo minimizza gli imprevisti, ma garantisce anche tempi di consegna più affidabili, una maggiore soddisfazione del cliente e un miglior controllo dei costi. Inoltre, monitorare costantemente i KPI e implementare soluzioni innovative consente di affrontare le sfide del commercio globale con maggior tranquillità e competitività.

Ma non è tutto: affidarsi a un partner esperto come CTI significa ridurre i rischi, ottimizzare i costi e migliorare l’efficienza della propria supply chain. Grazie a un team di specialisti e a soluzioni personalizzate, CTI aiuta le aziende a gestire le complessità logistiche con sicurezza e precisione.

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Trasporto JIT: il Just in Time nella logistica aziendale

05.06.2025
addetto alla logistica internazionale che consulta un block notes sorridendo per i vantaggi offerti dai trasporti Just In Time

Hai mai sentito parlare del Just in Time (JIT) e di come possa rivoluzionare la gestione logistica di un’azienda? Questo approccio innovativo è diventato un punto di riferimento per molte realtà industriali che puntano all’efficienza e alla riduzione degli sprechi. Si tratta di un sistema che ha trasformato il modo in cui le imprese organizzano la produzione e la distribuzione, eliminando sprechi e ottimizzando i tempi. In un panorama economico sempre più competitivo, ogni azienda deve trovare soluzioni per ridurre i costi e migliorare la propria reattività alle esigenze del mercato. Il JIT rappresenta una delle strategie più efficaci per ottimizzare i processi, minimizzando le scorte e massimizzando l’efficienza operativa. In effetti, questo metodo, nato per ottimizzare la supply chain riducendo sprechi e costi di magazzino, è oggi uno dei sistemi più utilizzati per migliorare l’efficienza operativa. In questo articolo scopriremo cos’è il JIT, perché è così importante e quali sono i suoi vantaggi e sfide. Inoltre, vedremo come si differenzia dalla logistica on demand e come può essere implementato con successo nelle aziende moderne.

Cos’è la logistica Just in Time?

La logistica Just in Time (JIT) è un modello che si basa su un concetto molto semplice ma estremamente efficace: ricevere materie prime, componenti o prodotti finiti esattamente nel momento in cui servono, senza accumulare scorte inutili. Questo approccio, nato in Giappone negli anni ’70 grazie alla Toyota, ha trasformato radicalmente il modo di gestire la produzione e la logistica, rendendoli più snelli ed efficienti.

L’idea principale è quella di eliminare tutto ciò che non è strettamente necessario, evitando sprechi e riducendo al minimo il capitale immobilizzato nei magazzini. In altre parole, le aziende non devono più preoccuparsi di accumulare grandi quantità di prodotti, ma possono concentrarsi sulla produzione e sulla distribuzione in base alla reale richiesta del mercato. Naturalmente, affinché il sistema funzioni, è fondamentale che l’intera supply chain sia perfettamente sincronizzata, con fornitori in grado di garantire consegne rapide e precise.

Perché è importante la logistica Just in Time?

Adottare un sistema JIT può fare una grande differenza nella gestione di un’azienda, soprattutto per quelle realtà che operano in mercati altamente dinamici e competitivi. Uno dei principali benefici è senza dubbio la riduzione dei costi di stoccaggio: se non ci sono scorte accumulate nei magazzini, non c’è bisogno di spazi enormi per conservarle e di risorse per gestirle. Questo si traduce in un risparmio economico significativo.

Inoltre, il JIT migliora l’efficienza operativa. I processi diventano più snelli, si evitano rallentamenti e si ottimizzano i tempi di produzione e distribuzione. Le aziende che adottano questo sistema hanno anche un migliore controllo sulla qualità: ricevendo materiali e componenti al momento giusto, è più facile individuare eventuali difetti o problemi e risolverli immediatamente, evitando sprechi di tempo e risorse.

Un altro aspetto da non sottovalutare è la flessibilità. Le aziende possono adattarsi più rapidamente alle variazioni della domanda, producendo solo ciò che serve e riducendo il rischio di rimanere con scorte invendute o, al contrario, di non riuscire a soddisfare le richieste del mercato.

Tuttavia, nonostante i vantaggi, il Just in Time richiede una stretta collaborazione con i fornitori: qualsiasi ritardo o imprevisto nella catena di approvvigionamento può avere un impatto immediato sulla produzione. Perciò, molte aziende scelgono di diversificare i fornitori o di adottare strategie di emergenza per mitigare eventuali interruzioni.

Quali sono i concetti chiave del Just in Time?

Il JIT si basa su alcuni principi fondamentali che ne garantiscono il successo:

  • Produzione pull: anziché produrre in grandi quantità sperando che il mercato assorba i prodotti, la produzione viene attivata solo in base agli ordini effettivi ricevuti.
  • Riduzione degli sprechi: l’obiettivo è eliminare qualsiasi attività superflua, evitando sovrapproduzione, accumulo di scorte e tempi morti.
  • Sincronizzazione della supply chain: ogni anello della catena logistica deve essere perfettamente allineato, dai fornitori ai trasportatori fino alla distribuzione, per garantire un flusso continuo e senza intoppi.
  • Miglioramento continuo (Kaizen): il JIT non è un sistema statico, ma si basa su un costante perfezionamento dei processi per migliorare sempre di più l’efficienza.

Per spiegare meglio il concetto, si può pensare a un orologio perfettamente sincronizzato: ogni ingranaggio rappresenta un elemento della supply chain e il corretto funzionamento di tutto il sistema dipende dall’armonia tra le sue componenti.

Affinità e differenze con la logistica on demand

Il Just in Time è talvolta accostato alla logistica on demand, poiché entrambi i modelli puntano a ottimizzare il flusso delle merci e a ridurre le scorte. Tuttavia, le differenze tra i due sistemi sono più marcate di quanto possa sembrare.

Il JIT si basa su una pianificazione rigorosa, dove ogni fase della supply chain è sincronizzata per garantire che le materie prime e i prodotti arrivino esattamente quando servono. Questo riduce al minimo le scorte e ottimizza i processi produttivi, ma richiede una perfetta organizzazione e una forte dipendenza da fornitori puntuali.

La logistica on demand, invece, è molto più flessibile e reattiva. Si tratta di un modello pensato per rispondere rapidamente a richieste improvvise, senza necessariamente basarsi su una pianificazione precisa. Qui entrano in gioco tecnologie digitali avanzate, come analisi predittiva e intelligenza artificiale, per adattare l’offerta alla domanda in tempo reale.

Quindi, mentre il JIT riduce le scorte attraverso la pianificazione e la sincronizzazione, la logistica on demand punta sull’agilità e sulla capacità di rispondere immediatamente alle esigenze del mercato. La scelta tra i due modelli dipende dalle specifiche necessità aziendali: il JIT è ideale per produzioni strutturate e ripetitive, mentre la logistica on demand è più indicata per settori con variazioni imprevedibili nella domanda.

Il Just in Time come vantaggio competitivo

Implementare con successo il Just in Time può rappresentare un vantaggio competitivo enorme per le aziende, specialmente in un mercato sempre più veloce e globalizzato. Infatti, ridurre al minimo le scorte permette di abbattere i costi fissi, migliorare la qualità dei prodotti e rispondere in maniera più efficiente alla domanda. Tuttavia, è essenziale costruire una supply chain affidabile e ben organizzata per evitare ritardi e interruzioni che potrebbero compromettere l’intero sistema.

Affidarsi a collaboratori esperti e partner logistici affidabili è fondamentale per garantire il corretto funzionamento di un sistema Just in Time. Una gestione efficace delle spedizioni, il monitoraggio costante dei flussi di trasporto e la capacità di risolvere tempestivamente eventuali criticità sono elementi chiave per il successo di questa strategia.

Se vuoi implementare un modello JIT efficiente e sicuro per la tua azienda, è essenziale poter contare su professionisti del settore che sappiano gestire le sfide logistiche con competenza e affidabilità. 

Contattaci per una consulenza personalizzata e scopri come possiamo supportarti nella gestione delle tue spedizioni e ottimizzare la tua supply chain.

Opportunità di import ed export nei mercati dei paesi emergenti: focus su Africa e Sud-Est Asiatico

04.29.2025
mappa politica del continente africano con indicati i principali hub commerciali e un aereo che traccia una rotta, verso le opportunità di import ed export in questo mercato emergente

L’Africa e il Sud-Est Asiatico rappresentano mercati emergenti di grande interesse per le imprese italiane. Queste regioni offrono numerose opportunità sia per l’esportazione che per l’importazione, grazie alla loro crescita economica e alla diversificazione dei settori produttivi. Inoltre, grazie agli investimenti infrastrutturali e alle iniziative di cooperazione economica con l’Europa, questi mercati diventano sempre più attrattivi per le aziende italiane.

Cosa esporta l’Italia in Africa?

L’Italia ha consolidato relazioni commerciali significative con diversi paesi africani. Nel 2024, l’interscambio commerciale tra Italia e Africa ha raggiunto i 60 miliardi di euro, con le esportazioni italiane che ammontano a 21 miliardi di euro. In particolare, i principali prodotti esportati includono macchinari industriali, apparecchiature elettriche, prodotti chimici e veicoli. Ciò dimostra che questi beni rispondono alle esigenze di sviluppo infrastrutturale e industriale di molti paesi africani. Inoltre, si registra una crescente domanda di prodotti italiani nel settore della moda e dell’arredamento di design, grazie alla reputazione del Made in Italy.

Marocco, Tunisia e Sudafrica rappresentano i mercati che offrono più opportunità. Andiamo ad approfondire.

Cosa esportare in Marocco?

Per quanto riguarda il Marocco, esso rappresenta un mercato in crescita per le esportazioni italiane. I settori più promettenti includono macchinari e apparecchiature per l’industria manifatturiera e agricola, prodotti chimici come fertilizzanti e articoli per l’industria tessile, oltre a prodotti alimentari trasformati e di alta qualità. Inoltre, il Marocco è un’importante piattaforma logistica per le esportazioni verso l’Africa subsahariana, rendendolo un partner strategico per le imprese italiane.

Come funziona la dogana in Marocco?

Oltretutto, il Marocco ha implementato procedure doganali volte a facilitare il commercio internazionale. Dal 2003, il paese ha perseguito una politica di modernizzazione e facilitazione degli scambi, introducendo misure come l’Automated Customs Networked System, operativo dal gennaio 2009, che ha portato il tasso di informatizzazione delle procedure doganali a oltre il 90%. Tuttavia, è fondamentale per le aziende italiane conoscere le specifiche regolamentazioni doganali e gli accordi bilaterali in vigore per ottimizzare le operazioni di import-export.

Cosa esportare in Tunisia?

Analogamente, la Tunisia offre diverse opportunità per le esportazioni italiane, in particolare nei settori dei macchinari e delle apparecchiature per l’industria tessile e agroalimentare, dei prodotti chimici e farmaceutici, nonché dei componenti automobilistici, data la crescita dell’industria locale. Infatti, il governo tunisino ha promosso politiche per attrarre investimenti stranieri, rendendo il paese un hub competitivo per la produzione manifatturiera.

Cosa serve per esportare in Tunisia?

Per esportare in Tunisia, le imprese italiane devono ottenere le necessarie autorizzazioni in base al tipo di prodotto esportato, conoscere le normative locali in particolare quelle relative agli standard di qualità e sicurezza, e preparare la documentazione richiesta, tra cui fatture commerciali, certificati di origine e documenti di trasporto. Inoltre, è utile avvalersi di consulenti locali per facilitare le procedure burocratiche.

Cosa esporta la Tunisia?

La Tunisia esporta principalmente prodotti tessili e abbigliamento, prodotti agricoli come olio d’oliva e datteri, e componenti elettronici, in particolare per l’industria automobilistica. La crescente specializzazione nei settori della meccanica e dell’aeronautica, oltretutto, apre nuove opportunità di collaborazione con le imprese italiane.

Cosa importa il Sudafrica?

Non solo l’Africa settentrionale, ma anche il Sudafrica, con un’economia diversificata, importa principalmente macchinari e apparecchiature per l’industria mineraria e manifatturiera, prodotti chimici inclusi articoli farmaceutici, e veicoli con componenti automobilistici per sostenere la sua industria locale. L’Italia esporta anche beni di lusso, come prodotti enogastronomici e abbigliamento, che trovano un mercato in espansione tra la classe media sudafricana.

Cosa esporta il Sudafrica?

Il Sudafrica esporta prevalentemente minerali e metalli preziosi come oro, platino e diamanti, prodotti agricoli tra cui frutta e vino, e veicoli con componenti automobilistici grazie a una solida industria del settore. L’Italia importa inoltre legname e prodotti chimici per la produzione industriale.

Vediamo ora alcuni esempi per il Sud-Est Asiatico: che cosa esporta la Thailandia?

Allo stesso modo, la Thailandia è un importante attore nel commercio internazionale, con esportazioni diversificate che includono prodotti elettronici come circuiti integrati e componenti, autoveicoli e relativi componenti, prodotti agricoli come riso, zucchero e gomma naturale, oltre a prodotti ittici come gamberi e tonno in scatola. Inoltre, il paese ha sviluppato un settore manifatturiero competitivo che attrae investimenti dall’estero.

Quanto costa la dogana della Thailandia?

Le tariffe doganali in Thailandia variano a seconda del tipo di merce importata. I beni di consumo e di lusso possono essere soggetti a dazi elevati, mentre attrezzature e macchinari per la produzione possono beneficiare di dazi ridotti o nulli, specialmente se non prodotti localmente. Inoltre, con l’entrata in vigore del Regional Comprehensive Economic Partnership (RCEP), molte tariffe sono state progressivamente eliminate, facilitando il commercio all’interno dell’area ASEAN.

Cosa esporta il Vietnam?

Il Vietnam ha registrato una crescita significativa nelle esportazioni negli ultimi anni. I prodotti principali includono tessili e abbigliamento, calzature, prodotti elettronici come telefoni cellulari e componenti, nonché prodotti agricoli come caffè, riso e frutti di mare. Questo evidenzia come il paese si stia affermando come hub produttivo per il settore tecnologico, attirando investimenti da diverse multinazionali.

In conclusione, l’Africa e il Sud-Est Asiatico offrono ampie opportunità per le imprese italiane che desiderano espandere la loro presenza internazionale. La diversificazione economica, gli investimenti infrastrutturali e le politiche di apertura commerciale rendono questi mercati sempre più accessibili. Tuttavia, è fondamentale comprendere le normative locali, le procedure doganali e le dinamiche di mercato per massimizzare il successo delle operazioni di import-export. Dunque, investire in una strategia ben strutturata e costruire relazioni con partner locali può fare la differenza nel raggiungere il successo commerciale in questi mercati in crescita.

Se vuoi cogliere queste opportunità e far crescere il tuo business a livello internazionale, il nostro team di esperti è pronto ad aiutarti. Contattaci oggi stesso per una consulenza personalizzata e scopri come espandere con successo la tua attività nei mercati emergenti!

Logistica sostenibile: il futuro delle spedizioni e la gestione green della supply chain

04.22.2025
Persona che lavora al pc con simboli verdi fluttuanti che rappresentano la logistica sostenibile

La logistica sostenibile rappresenta un nuovo paradigma nella gestione della supply chain, finalizzato a ridurre l’impatto ambientale e promuovere pratiche più etiche ed efficienti. In effetti, le aziende stanno adottando soluzioni innovative per ridurre le emissioni di CO₂, ottimizzare i trasporti e migliorare l’efficienza energetica delle operazioni logistiche.

I pilastri della logistica sostenibile

Per comprendere appieno la sostenibilità nel settore della logistica è fondamentale esaminare i suoi elementi chiave:

Trasporti ecologici

Grazie all’impiego di veicoli a basse emissioni, come quelli elettrici o alimentati a idrogeno, e all’ottimizzazione dei percorsi, è possibile ridurre l’impronta di carbonio. Oltretutto, la digitalizzazione della logistica permette di monitorare i consumi e migliorare le performance ambientali. L’uso di carburanti alternativi, come il biogas e il biodiesel, è un ulteriore passo avanti nella transizione ecologica. Anche l’adozione di flotte di veicoli autonomi e la sperimentazione di droni per la consegna delle merci rientrano tra le strategie più avanzate per rendere il trasporto più efficiente e meno impattante sull’ambiente.

Analogamente, molte aziende stanno implementando sistemi di car sharing per la distribuzione urbana, riducendo il numero di veicoli su strada e diminuendo così le emissioni complessive. In altre parole, ogni innovazione adottata nel settore rappresenta un passo avanti nella riduzione dell’impatto ambientale.

Imballaggi sostenibili

L’utilizzo di materiali riciclabili e l’adozione di soluzioni di packaging eco-friendly sono pratiche essenziali per ridurre i rifiuti e migliorare la sostenibilità della supply chain. Ad esempio, le aziende stanno sviluppando imballaggi biodegradabili o riutilizzabili per abbattere l’impatto ambientale. Inoltre, la riduzione dell’uso della plastica e l’implementazione di tecniche di riutilizzo possono generare un impatto positivo sulla gestione dei rifiuti. Anche l’introduzione di tecnologie per la riduzione del volume degli imballaggi permette di ottimizzare gli spazi di trasporto e ridurre il numero di viaggi necessari.

Sebbene molte aziende abbiano già iniziato questo percorso, vi è ancora un ampio margine di miglioramento. Per esempio, investire in ricerca e sviluppo per creare materiali sempre più performanti potrebbe rappresentare una svolta decisiva nel settore della logistica sostenibile.

Magazzini green

Le infrastrutture logistiche si stanno evolvendo verso modelli più sostenibili attraverso l’uso di impianti a energia solare, sistemi di illuminazione LED e tecnologie di automazione che riducono gli sprechi energetici. In aggiunta, l’adozione di software di gestione avanzati permette di ottimizzare lo spazio e ridurre i costi operativi. La robotizzazione dei magazzini e l’introduzione di veicoli a guida autonoma contribuiscono ulteriormente a migliorare l’efficienza e a ridurre i consumi energetici. Inoltre, l’uso di sistemi di climatizzazione intelligente e di sensoristica avanzata consente di ridurre il consumo energetico degli impianti di stoccaggio e di migliorare la conservazione delle merci sensibili.

Tecnologie innovative

L’integrazione di strumenti avanzati come l’intelligenza artificiale, il machine learning e l’analisi predittiva consente di migliorare l’efficienza dei processi e ridurre l’impatto ambientale. In particolare, i sistemi di tracciabilità basati su blockchain garantiscono trasparenza e sostenibilità lungo tutta la filiera. L’Internet of Things (IoT) permette il monitoraggio in tempo reale delle spedizioni, ottimizzando l’intero ciclo logistico. Inoltre, l’uso della stampa 3D in alcune fasi della supply chain potrebbe ridurre la necessità di trasporti, abbassando l’impatto ambientale dell’intero processo produttivo.

Se da un lato queste tecnologie offrono enormi vantaggi, dall’altro lato richiedono un notevole investimento iniziale. Tuttavia, è fondamentale che le aziende comprendano che investire oggi in innovazione significa ottenere benefici a lungo termine.

Vantaggi della logistica green

Adottare pratiche di logistica verde offre molteplici benefici, tra cui:

  • Riduzione dei costi operativi: l’ottimizzazione dei percorsi e l’efficienza energetica consentono di ridurre le spese legate ai trasporti e alla gestione dei magazzini.
  • Conformità alle normative ambientali: le aziende che investono in logistica sostenibile sono meglio posizionate per adeguarsi alle normative green sempre più stringenti.
  • Migliore reputazione aziendale: l’adozione di pratiche eco-sostenibili migliora l’immagine del brand e favorisce la fidelizzazione dei clienti.
  • Incremento dell’efficienza: grazie a tecnologie avanzate e strategie di gestione innovative, la supply chain diventa più fluida e performante.
  • Maggiore attrattività per investitori e partner commerciali: le aziende che si dimostrano sensibili alla sostenibilità tendono ad attrarre maggiori opportunità di business, grazie alla crescente domanda di soluzioni eco-friendly.
  • Diminuzione dell’impatto ambientale complessivo: la riduzione delle emissioni di gas serra e dell’inquinamento legato al trasporto e alla gestione della supply chain contribuisce a migliorare la qualità della vita e a tutelare l’ambiente per le future generazioni.

Il futuro della logistica sostenibile

Con l’evoluzione delle normative e la crescente consapevolezza ambientale, la logistica green è destinata a diventare un elemento chiave per il settore. Infine, l’adozione di modelli di economia circolare e la collaborazione tra aziende e istituzioni saranno determinanti per costruire un sistema logistico sempre più sostenibile e competitivo.

L’implementazione di strategie di reverse logistics, ossia il recupero e riciclo dei prodotti a fine vita, sarà una delle sfide principali per il futuro della logistica sostenibile. Grazie a queste soluzioni, le aziende potranno ridurre ulteriormente gli sprechi e creare nuovi modelli di business basati sulla sostenibilità. Inoltre, la ricerca di soluzioni innovative per la riduzione delle emissioni di CO₂ sarà centrale, con investimenti crescenti in tecnologie emergenti come il trasporto hyperloop e l’utilizzo di carburanti sintetici a basso impatto.

Per dirla in breve, investire nella logistica sostenibile non è solo una necessità, ma una vera e propria opportunità per tutte le aziende che vogliono distinguersi nel mercato moderno. Se vuoi approfondire le soluzioni su misura per la tua azienda, contattaci per ricevere maggiori informazioni!

Riforma doganale 2025: tutte le novità e cosa cambia per le aziende

04.15.2025
persona che interagisce con una mappa logistica virtuale e un cellulare per ottimizzare le spedizioni con la nuova riforma doganale 2025

La riforma doganale del 2025 introduce significative novità per le aziende che operano nel commercio internazionale, introducendo importanti cambiamenti destinati a semplificare le operazioni, migliorare la compliance e promuovere la sostenibilità. Con il Decreto Legislativo n. 141 del 26 settembre 2024, infatti, la normativa doganale italiana è stata profondamente rinnovata, con significativi vantaggi per le imprese e gli operatori del settore.

In questo articolo, dunque, approfondiamo i punti principali della riforma, analizzando le sue implicazioni pratiche e come adeguarsi alle novità.

Punti chiave della riforma doganale 2025

Semplificazione normativa e sistema sanzionatorio

Una delle modifiche più rilevanti riguarda la semplificazione delle normative doganali. Le precedenti 400 disposizioni sono state ridotte a soli 122 articoli, una riduzione significativa che rende il quadro legislativo più snello e comprensibile. Questo intervento mira a eliminare ridondanze normative e a fornire alle aziende un riferimento chiaro e accessibile, riducendo tempi e costi legati alla gestione amministrativa.

Oltre a questo, tra le principali novità emerge l’aggiornamento delle sanzioni doganali, che ora distinguono con maggiore chiarezza illeciti amministrativi e penali. Ad esempio, il reato di contrabbando è stato suddiviso in due categorie principali: la dichiarazione infedele, che si verifica quando le informazioni fornite risultano incomplete o inesatte, e l’omessa dichiarazione, in cui la merce non viene dichiarata affatto. Inoltre, le pene sono state ridefinite per essere più proporzionate alla gravità dell’infrazione, garantendo una maggiore equità nei procedimenti sanzionatori.

Questo cambiamento mira a facilitare la compliance per le aziende, riducendo il rischio di errori interpretativi e potenziali sanzioni.

Digitalizzazione delle procedure doganali

La digitalizzazione è uno dei pilastri della riforma doganale, progettata per rivoluzionare la gestione dei flussi commerciali. Dal 21 gennaio 2025 è entrato in vigore il sistema NCTS fase 5, che ha eliminato l’uso delle bollette cartacee a favore delle dichiarazioni doganali digitali, garantendo non solo una maggiore efficienza operativa ma anche un controllo più preciso sui dati delle transazioni. Questo aggiornamento mira a velocizzare le operazioni di transito doganale, ridurre gli errori e aumentare la sicurezza, garantendo una gestione più trasparente e automatizzata dei flussi commerciali.

Inoltre, nuove procedure digitali sono state implementate per l’export a partire da dicembre 2024, migliorando l’efficienza delle esportazioni e riducendo i tempi burocratici.

Nuova nomenclatura combinata TARIC 2025

Dal 1° gennaio 2025 è entrata in vigore la nuova TARIC, che ha aggiornato la Nomenclatura Combinata, aggiungendo voci specifiche per prodotti come pesce e prodotti ittici, pomodori, oli minerali e pannelli in legno. Questo aggiornamento riflette le evoluzioni dei mercati internazionali e offre una classificazione più dettagliata per migliorare l’applicazione delle tariffe doganali e delle misure commerciali.

Conseguentemente, le imprese dovranno prestare particolare attenzione a questi aggiornamenti per assicurare una corretta classificazione delle merci e l’applicazione delle tariffe doganali appropriate.

Regole di origine preferenziale della convenzione PEM

Un altro aspetto chiave della riforma riguarda le nuove regole di origine preferenziale introdotte dalla Convenzione Paneuromediterranea (PEM), che sono operative dal 1° gennaio 2025. Queste regole rappresentano un passo avanti significativo per rendere più flessibile e inclusivo il commercio tra i 23 paesi contraenti, rafforzando la competitività delle aziende europee e mediterranee nei mercati globali. Infatti, offrono maggiore flessibilità agli operatori economici grazie a un aumento delle soglie di tolleranza al 15% e all’ampliamento del duty-drawback, consentendo un recupero più esteso dei dazi.

Questi cambiamenti favoriscono gli scambi commerciali con i 23 paesi contraenti della Convenzione PEM, aprendo nuove opportunità per le aziende italiane.

IVA tra i diritti di confine

Dal 4 ottobre 2024, l’IVA all’importazione è stata formalmente inclusa tra i diritti doganali, salvo nei casi in cui la merce venga immessa al consumo in un altro Stato membro dell’UE. Questa modifica semplifica le operazioni fiscali e mira a garantire una maggiore uniformità e trasparenza nei rapporti commerciali internazionali. 

Come adeguarsi alle nuove normative

Per prepararsi ai cambiamenti introdotti dalla riforma doganale 2025, le imprese devono concentrarsi su alcune azioni fondamentali. È necessario aggiornare i sistemi IT per renderli compatibili con il nuovo sistema NCTS fase 5, che consente di digitalizzare e ottimizzare le dichiarazioni doganali. Parallelamente, la formazione del personale diventa essenziale per garantire una piena comprensione delle nuove procedure operative e la corretta gestione delle merci secondo la classificazione TARIC.

Per questa ragione, collaborare con partner affidabili come CTI può facilitare la gestione delle complessità normative e l’allineamento delle procedure interne alle nuove regole di compliance.

Perché la riforma è importante per il settore logistico

La riforma doganale 2025 non è solo un aggiornamento normativo, ma una vera opportunità per migliorare la competitività del settore logistico italiano. Grazie alla semplificazione e alla digitalizzazione, le aziende potranno ridurre i costi operativi, migliorare i tempi di consegna e aumentare la trasparenza e la tracciabilità delle operazioni. Il sistema NCTS fase 5, ad esempio, consente un monitoraggio continuo delle merci, migliorando la sicurezza e riducendo gli errori durante il transito. Inoltre, l’aggiornamento della TARIC offre un riferimento chiaro e dettagliato per la classificazione delle merci, contribuendo a evitare contestazioni o ritardi dovuti a discrepanze normative. Questa maggiore efficienza logistica si traduce in un vantaggio competitivo per le aziende italiane nel panorama globale.

In conclusione, la riforma doganale 2025 rappresenta una svolta per il commercio internazionale, offrendo strumenti innovativi per affrontare le sfide della globalizzazione. Per le aziende, adeguarsi tempestivamente a queste novità è fondamentale per restare competitive e cogliere le nuove opportunità offerte dal mercato globale. Contattateci oggi stesso per ricevere supporto e soluzioni su misura per le vostre esigenze logistiche e doganali.

Novità sulla normativa ADR 2025 per il trasporto di merci pericolose

04.08.2025
barili arancioni per il trasporto di merci pericolose etichettati secondo la normativa ADR 2025

Il 2025 segna un punto di svolta importante per il trasporto di merci pericolose grazie all’aggiornamento della normativa ADR. Infatti, questa disciplina, che regola il trasporto su strada di sostanze pericolose, è stata rivista per garantire maggiore sicurezza, uniformità e sostenibilità. Tra le principali novità sono stati introdotti ben 11 nuovi numeri ONU, arricchendo l’elenco delle sostanze soggette a regolamentazione e adattandosi ai progressi tecnologici e scientifici nel settore.

In particolare, tra le novità più rilevanti troviamo l’inclusione delle batterie al sodio-ione come nuova categoria di merci pericolose. I nuovi numeri ONU dedicati includono:

  • UN 3551: Batterie al sodio-ione.
  • UN 3552: Batterie al sodio-ione contenute in apparecchiature o imballate con apparecchiature.
  • UN 3558: Veicoli alimentati da batterie al sodio-ione.

Questa modifica, quindi, evidenzia l’impegno nell’adeguare la normativa alle innovazioni tecnologiche, garantendo al contempo la sicurezza. Secondo l’UNECE, altre modifiche significative riguardano l’eliminazione della disposizione speciale 653 e l’introduzione di regole specifiche per i rifiuti contenenti amianto, che ora richiedono imballaggi più sicuri per il trasporto.

Che cos’è e quando si applica la normativa ADR?

La normativa ADR, acronimo di “Agreement concerning the international carriage of Dangerous goods by Road” (Accordo europeo relativo al trasporto internazionale di merci pericolose su strada), è un insieme di regole stabilite per assicurare che il trasporto di tali merci avvenga in condizioni di massima sicurezza. Firmata per la prima volta nel 1957 e soggetta a revisioni biennali, si applica a tutti i paesi firmatari, includendo sia trasporti internazionali che nazionali.

Questa normativa, in breve, si applica ogni volta che vengono trasportate sostanze classificate come pericolose per la salute, l’ambiente o la sicurezza. Gli obblighi riguardano sia i trasportatori sia le aziende che producono, spediscono o ricevono queste merci. Sebbene la normativa sia focalizzata principalmente sul trasporto su strada, essa è coordinata con altri regolamenti riguardanti il trasporto marittimo e aereo.

Quali sono i prodotti in ADR?

La normativa ADR classifica le merci pericolose in base alla loro natura e al tipo di rischio che rappresentano. Queste categorie, in particolare, includono esplosivi, gas compressi, liquidi infiammabili, solidi suscettibili di autocombustione e molte altre. Ad esempio, tra i liquidi infiammabili troviamo benzina, alcool e solventi, mentre tra i gas regolamentati sono inclusi GPL e ossigeno. L’aggiornamento del 2025 ha aggiunto 11 nuovi numeri ONU, ampliando ulteriormente la copertura della normativa per adattarsi a nuove sostanze identificate come pericolose.

Un altro aggiornamento significativo riguarda le batterie al litio, per le quali è stato raccomandato un livello di carica non superiore al 30% durante il trasporto. Sebbene non obbligatoria nel 2025, questa misura potrebbe diventare vincolante dal 2026. Inoltre, le nuove regole introdotte per le batterie al sodio-ione dimostrano l’intento di includere tecnologie emergenti nella normativa.

Quando non serve l’ADR? Quanti kg posso trasportare senza ADR?

La normativa prevede alcune esenzioni che dipendono dal tipo di sostanza trasportata, dalla quantità e dal tipo di imballaggio. Ad esempio, i trasporti di piccole quantità possono essere esenti dagli obblighi completi dell’ADR, a condizione che ogni confezione rispetti limiti specifici definiti nella normativa. In altre parole, per quantità limitate o per alcune categorie di merci, non è necessario applicare tutte le misure di sicurezza previste.

In termini di quantità, si possono trasportare fino a 333 kg o litri per alcuni materiali senza dover applicare tutte le norme. Questo dimostra che la normativa è pensata per bilanciare sicurezza e praticità operativa.

Cosa serve per trasportare ADR?

Il trasporto di merci pericolose richiede una serie di documenti, permessi e competenze specifiche. Tra i principali requisiti troviamo la patente ADR per gli autisti, la documentazione di trasporto con i numeri ONU e i codici di classe, e un certificato di approvazione del veicolo. Inoltre, i mezzi devono essere equipaggiati con strumenti obbligatori come estintori, pannelli arancioni e kit di emergenza.

Analogamente, le aziende che trattano regolarmente merci pericolose devono avvalersi di un consulente ADR, figura obbligatoria per garantire il rispetto delle norme e la sicurezza nelle operazioni. Questo evidenzia quanto sia cruciale un approccio professionale e organizzato per gestire tali trasporti.

Cosa si intende per imballaggio ADR?

Gli imballaggi ADR sono progettati per contenere in sicurezza merci pericolose durante il trasporto. Devono rispettare rigorosi standard internazionali e passare test di resistenza a urti, perdite e pressioni. Ad esempio, i materiali utilizzati, come plastica o metallo, devono essere certificati secondo gli standard ONU e garantire una chiusura ermetica per evitare fuoriuscite.

In aggiunta, ogni imballaggio deve riportare un’etichettatura chiara con il numero ONU, la classe di pericolo e i simboli di rischio. Questo sistema garantisce una tracciabilità completa e permette a tutti gli operatori di identificare rapidamente le caratteristiche della merce.

In conclusione, la normativa ADR 2025 rappresenta un passo avanti significativo per il trasporto sicuro di merci pericolose. Con nuove regole e aggiornamenti, come quelli riguardanti le batterie al sodio-ione e le disposizioni sui rifiuti contenenti amianto, il settore logistico può affrontare le sfide attuali con strumenti e procedure più efficaci. 

Se avete bisogno di ulteriori dettagli o supporto per le vostre spedizioni ADR, non esitate a contattarci. Collaborare con CTI significa affidarsi a uno spedizioniere esperto che si destreggia efficacemente tra le numerose normative che regolano questo settore. Siamo pronti a fornirvi assistenza completa per le vostre necessità logistiche!

Cosa significa spedizione LCL via terra e via mare?

04.01.2025
Nave cargo in mare che trasporta molti container grazie alle spedizioni LCL e FCL

Le spedizioni LCL (Less than Container Load) rappresentano una soluzione logistica per chi ha necessità di trasportare merci senza occupare l’intero spazio di un container. Questa modalità permette di condividere il container con altri carichi, ottimizzando i costi e rendendo il servizio accessibile anche per volumi più ridotti.

In pratica, le spedizioni LCL consentono di consolidare diversi carichi in un unico container, destinato a una o più località comuni. Questo metodo è particolarmente vantaggioso sia per il trasporto via mare, dove i container vengono condivisi tra diversi mittenti, sia per il trasporto terrestre, noto anche come groupage, in cui i carichi vengono uniti per massimizzare l’efficienza del mezzo.

In questo articolo andremo ad analizzare i termini LCL (Less than Container Load), FCL (Full Container Load), LTL (Less than Truck Load) e FTL (Full Truck Load), fondamentali per determinare la modalità di trasporto più adatta alle esigenze specifiche di ogni spedizione, e ne comprenderemo le dinamiche e le specificità. Iniziamo approfondendo le spedizioni LCL e le principali differenze con le spedizioni FCL.

Quando e perché scegliere una spedizione LCL

La scelta di una spedizione LCL è consigliata in diverse situazioni:

  • Volumi ridotti: Quando la quantità di merce da spedire non giustifica l’uso di un intero container, il trasporto LCL rappresenta una soluzione efficiente ed economica.
  • Ottimizzazione dei costi: Condividendo lo spazio del container con altri spedizionieri, si pagherà solo per lo spazio effettivamente occupato, riducendo le spese complessive.
  • Flessibilità: il trasporto LCL offre maggiore flessibilità nelle tempistiche di spedizione, permettendo di inviare merci anche quando non si dispone di un carico completo.

Tuttavia, è importante considerare che le spedizioni LCL possono richiedere tempi di transito più lunghi a causa delle operazioni di consolidamento e deconsolidamento delle merci. Inoltre, la condivisione del container con altre spedizioni potrebbe aumentare il rischio di danneggiamenti, rendendo fondamentale un imballaggio adeguato.

Qual è la differenza tra spedizione LCL e spedizione FCL?

La principale differenza tra LCL e FCL riguarda l’utilizzo del container:

  • LCL (Less than Container Load): La merce viene consolidata con altri carichi in un unico container. Questo riduce i costi per chi spedisce volumi minori, ma può comportare tempi di transito più lunghi e un rischio maggiore di danneggiamenti dovuti alla condivisione dello spazio.
  • FCL (Full Container Load): Il container è dedicato interamente a un unico cliente. Questa soluzione garantisce tempi di consegna più rapidi e una maggiore sicurezza della merce, ideale per carichi voluminosi o di alto valore.

In altre parole, la scelta dipende principalmente dal volume di merce e dalle esigenze di sicurezza e tempistiche. Ad esempio, un’azienda che deve trasportare prodotti deperibili o materiali sensibili potrebbe preferire l’opzione FCL per assicurarsi che la merce arrivi senza ritardi o contaminazioni. Al contrario, chi opera nel settore delle forniture industriali o degli accessori per la moda potrebbe trovare nelle spedizioni LCL una scelta più strategica.

Un altro aspetto importante riguarda le formalità doganali: nelle spedizioni FCL, le pratiche sono generalmente più semplici poiché tutto il contenuto del container appartiene a un unico cliente. Nelle spedizioni LCL, invece, è necessario gestire più documentazioni per i vari carichi condivisi.

Quanto costa una spedizione LCL

Parliamo ora di quanto costa una spedizione LCL, un aspetto fondamentale nella scelta della soluzione logistica più conveniente. Il costo di una spedizione LCL varia in base a fattori come peso, volume, distanza e destinazione. Le tariffe vengono calcolate in base al peso reale o al peso volumetrico, scegliendo il valore più alto. Le tratte più lunghe o con destinazioni remote tendono ad avere costi maggiori, così come i servizi aggiuntivi, ad esempio l’imballaggio speciale o la gestione di merci pericolose.

Inoltre, molti fornitori di servizi logistici offrono soluzioni personalizzate che includono sconti per spedizioni regolari o pacchetti che combinano trasporto e servizi di stoccaggio. Questo, di conseguenza, può rappresentare un vantaggio significativo per le aziende che desiderano integrare più fasi della loro catena di approvvigionamento.

Trasporti FTL e LTL via terra: l’alternativa su ruota

FTL (Full Truck Load) e LTL (Less than Truck Load) sono modalità principali per il trasporto su strada. Questi termini indicano il livello di utilizzo di un camion per il trasporto delle merci.

Cosa vuol dire LTL?

LTL si riferisce al trasporto di carichi che non riempiono un intero camion. Simile al concetto di LCL per il trasporto marittimo, questa opzione è perfetta per chi ha quantità ridotte di merce e vuole ridurre i costi condividendo il mezzo con altri spedizionieri.

LTL è particolarmente vantaggioso per spedizioni nazionali o regionali, dove la flessibilità è cruciale per garantire consegne rapide e affidabili. Inoltre, l’uso di tecnologie avanzate, come il monitoraggio GPS e le piattaforme digitali, consente di tracciare in tempo reale il percorso delle merci, migliorando la trasparenza e la comunicazione con i clienti.

Cosa significa FTL?

FTL, invece, indica che l’intero camion è dedicato a un solo cliente. Questa soluzione garantisce tempi di consegna più rapidi e minori rischi di danneggiamenti, ideale per merci sensibili o urgenti.

La scelta di un trasporto FTL è spesso associata a settori specifici, come quello alimentare o farmaceutico, dove la velocità e la sicurezza sono priorità assolute. Inoltre, questa tipologia di trasporto offre maggiore controllo sulle condizioni di trasporto, permettendo di soddisfare requisiti particolari come temperature controllate o carichi speciali.

Qual è la differenza tra trasporto collettame (o groupage) e spedizioni LCL o LTL?

Il trasporto collettame, noto anche come groupage, è un termine generico che si riferisce al consolidamento di piccoli carichi per ottimizzare l’uso del mezzo di trasporto. LCL e LTL rappresentano invece modalità specifiche all’interno del trasporto collettame, utilizzate rispettivamente per il trasporto marittimo e terrestre. Questa distinzione aiuta a scegliere il servizio più adatto alle proprie necessità, considerando fattori come velocità, sicurezza e costi.

È importante ricordare che affidarsi a un partner logistico esperto può fare la differenza nella gestione delle spedizioni, garantendo un supporto completo e soluzioni su misura per ogni esigenza. Contattaci, quindi, al fine di ricevere un preventivo personalizzato o per saperne di più sui nostri servizi di trasporto.

Export Russia: tutto quello che devi sapere per esportare in Russia oggi

03.25.2025
Container per l'export in Russia recante bandiera Russa e sollevato da una gru

Il commercio con la Russia, in particolare le attività di export, rappresenta un’opportunità strategica per molte aziende. Tuttavia, esportare in Russia oggi può essere complesso a causa di normative specifiche, restrizioni commerciali e dinamiche economiche in continuo mutamento. In questo articolo esploreremo i principali aspetti dell’export verso questo Paese, con un focus sulle procedure, i documenti necessari e le principali categorie merceologiche.

Come spedire merci in Russia?

Le attività di export con la Russia richiedono una pianificazione accurata e la conoscenza delle normative doganali. Per iniziare, è fondamentale scegliere un partner logistico affidabile che conosca le specifiche dei trasporti verso questo mercato. Inoltre, occorre considerare:

  • Procedure doganali: la Russia applica dazi specifici e richiede certificati di conformità per molte categorie di prodotti. Ad esempio, è necessaria la Dichiarazione di conformità dell’Unione doganale (TS) per prodotti come fertilizzanti minerali e prodotti chimici domestici. Questi documenti garantiscono che le merci rispettino i requisiti tecnici del mercato locale.
  • Tipologie di trasporto: Le merci possono essere inviate via terra, mare o aria, con vantaggi e svantaggi distinti. Il trasporto su strada è ideale per carichi completi e offre flessibilità, mentre quello aereo è preferibile per merci urgenti o di alto valore. Il trasporto marittimo, invece, è spesso scelto per grandi volumi, grazie ai costi competitivi, ma richiede tempi più lunghi.
  • Imballaggio e documentazione: Un imballaggio resistente è cruciale per proteggere le merci durante il transito. Oltre a questo, è fondamentale predisporre documenti come fatture commerciali dettagliate, liste di carico e certificati richiesti dalla dogana russa. Una documentazione incompleta o errata può causare ritardi significativi.

Collaborare con spedizionieri esperti aiuta a gestire le complessità logistiche e burocratiche, minimizzando i rischi di errori.

Quali beni non si possono esportare in Russia?

Esistono restrizioni sulle attività di export in Russia, specialmente in seguito ai molteplici pacchetti di sanzioni internazionali. Tra i beni vietati o regolamentati troviamo:

  • Prodotti tecnologici avanzati: sono vietate le esportazioni di tecnologie d’avanguardia, come computer quantistici, semiconduttori avanzati, componenti elettronici e software, al fine di limitare il progresso tecnologico in settori strategici russi.
  • Materiali dual-use: i beni a duplice uso, ossia quelli che possono essere impiegati sia per scopi civili sia militari, sono soggetti a restrizioni severe. Questo comprende droni, software per droni e dispositivi di cifratura, per impedire il loro utilizzo in ambiti militari.
  • Prodotti agroalimentari specifici: alcuni prodotti alimentari, come caviale, tartufi e bevande alcoliche di lusso, sono inclusi nelle restrizioni, soprattutto quando superano determinati valori economici per articolo.
  • Beni di lusso: l’UE ha imposto divieti sull’esportazione di beni di lusso verso la Russia, tra cui automobili, orologi e gioielli di alto valore, per colpire le élite economiche e politiche.
  • Attrezzature industriali e tecnologie per l’energia: sono in vigore restrizioni sull’esportazione di beni e tecnologie destinati all’industria della difesa, della sicurezza e dell’energia, con l’obiettivo di indebolire settori chiave dell’economia russa.

Queste restrizioni sulle esportazioni in Russia evidenziano che, anche a causa di ciò, affidarsi a uno spedizioniere esperto e aggiornato sui frequenti mutamenti delle dinamiche internazionali è indispensabile per prevenire complicazioni legali o blocchi doganali.

Cosa esportare in Russia?

La Russia offre un mercato ampio e diversificato per diversi settori merceologici. Tuttavia, l’attuale contesto geopolitico e le restrizioni economiche influenzano in modo significativo le categorie di beni esportabili. Di seguito alcune delle categorie ancora richieste:

Esportare prodotti alimentari

Nonostante le restrizioni, l’export di prodotti alimentari italiani in Russia, come pasta, conserve e formaggi, continua ad essere un’opportunità, ma è fondamentale rispettare i nuovi standard di certificazione imposti dal mercato russo. Per molti alimenti sono infatti richiesti test di conformità specifici.

Esportazione di vini

Il vino italiano mantiene una forte domanda grazie alla sua alta qualità. Per esportare il vino in Russia è essenziale preparare una documentazione completa, inclusi certificati di origine e analisi chimiche, per accedere al mercato senza complicazioni. Tuttavia, i vini premium sono soggetti a controlli più rigorosi.

Esportare olio di oliva in Russia

L’olio di oliva italiano gode di grande popolarità. È obbligatorio garantire l’etichettatura in lingua russa e dimostrare la conformità ai regolamenti doganali aggiornati, spesso includendo dichiarazioni di qualità biologica ove applicabile.

Esportazione di mobili 

Il design italiano è ancora molto apprezzato. Tuttavia, alla luce delle restrizioni sulle importazioni ed esportazioni, le aziende devono considerare canali di distribuzione locali o partnership strategiche per aggirare eventuali barriere logistiche o legali.

Spedire in Russia dall’Italia

Come sono i rapporti tra Italia e Russia?

I rapporti commerciali tra Italia e Russia sono stati influenzati dalle tensioni geopolitiche, ma rimangono importanti per alcune industrie. L’Italia è tradizionalmente uno dei principali partner commerciali della Russia in Europa, anche se le sanzioni hanno limitato alcune attività.

Ma che cosa esporta l’Italia in Russia?

Le principali categorie di beni esportati dall’Italia in Russia includono:

Prodotti agroalimentari e bevande: alcuni prodotti alimentari italiani mantengono una presenza sul mercato russo, rispettando le normative vigenti. 

Macchinari e attrezzature industriali: le esportazioni in questo settore sono soggette a controlli per garantire la conformità alle sanzioni.

Moda e accessori: le esportazioni di beni di lusso sono limitate, ma alcuni prodotti continuano a essere richiesti.

Mobili e articoli di design: anche in questo settore, le esportazioni sono regolamentate per garantire il rispetto delle sanzioni.

Cosa serve per esportare in Russia?

Documenti necessari per esportare in Russia

Per esportare in Russia, è necessario predisporre una serie di documenti fondamentali:

  • Fattura commerciale: deve essere dettagliata e conforme ai requisiti internazionali.
  • Lista di carico: Include una descrizione accurata delle merci spedite.
  • Certificazioni di conformità: obbligatorie per molti prodotti, in particolare quelli tecnologici e industriali.
  • Documentazione doganale: necessaria per dichiarare le merci e calcolare i dazi.
  • Certificati sanitari e fitosanitari: essenziali per i prodotti alimentari.

In conclusione, esportare in Russia offre numerose opportunità, ma richiede anche una conoscenza approfondita delle normative e dei requisiti specifici. Per questo, affidarsi a professionisti del settore e collaborare con partner affidabili permette di gestire con maggiore sicurezza e rapidità tutti gli aspetti burocratici, garantendo la conformità alle normative in continua evoluzione.

Non esitate a contattarci per ricevere supporto e consulenza personalizzata per le vostre spedizioni internazionali.

IVA sulle importazioni: tutto quello che devi sapere

03.18.2025
mani maschili che utilizzano una calcolatrice e compilano un modulo per calcolare l'IVA sulle importazioni

L’IVA sulle importazioni è un tema cruciale per chi si occupa di commercio internazionale. In questo articolo approfondiremo come funziona, quali sono gli adempimenti necessari e alcune strategie per evitare gli errori più comuni e per gestire le proprie importazioni in modo efficiente. 

Partiamo dall’inizio: cos’è l’IVA sulle importazioni?

L’iva sulle importazioni è un tributo che si applica ai beni che entrano nel territorio doganale italiano da paesi extra-UE. Questa tassa viene calcolata in base al valore dei beni importati, ai costi di trasporto e a eventuali oneri doganali. Serve a garantire un trattamento fiscale equo tra beni prodotti internamente e beni importati, evitando anche distorsioni del mercato a discapito delle imprese nazionali. 

Comprendere le regole legate all’IVA sulle importazioni è fondamentale per evitare sanzioni e mantenere la competitività. Inoltre, la corretta gestione di questa imposta influisce direttamente sulla liquidità aziendale. 

Pagamento in dogana dell’IVA sulle importazioni

Il pagamento dell’IVA sulle importazioni avviene al momento dello sdoganamento della merce, ossia quando i beni vengono ufficialmente registrati per l’ingresso nel territorio nazionale. Il soggetto importatore, infatti, deve presentare la dichiarazione doganale e versare l’IVA calcolata. In alternativa, il reverse charge consente di posticipare il pagamento al momento della dichiarazione IVA periodica, migliorando il flusso di cassa e riducendo l’impatto finanziario immediato.

Il reverse charge: un vantaggio strategico

Si può dire che il reverse charge sia particolarmente utile per le aziende che operano con volumi elevati di importazioni. Questo sistema, infatti, consente di registrare l’IVA dovuta come un credito e un debito contemporaneamente, evitando un esborso immediato di denaro. Di conseguenza, molte aziende trovano vantaggioso integrarlo nei propri processi. Tuttavia, per accedere a questo regime è necessario soddisfare requisiti specifici e mantenere una documentazione dettagliata. 

Adempimenti necessari per gestire l’IVA sulle importazioni

Per gestire correttamente l’IVA sulle importazioni, è fondamentale seguire questi passaggi:

  1. Registrarsi come soggetto passivo IVA presso l’Agenzia delle Entrate.
  2. Determinare il codice TARIC per identificare aliquote e norme applicabili.
  3. Compilare la dichiarazione doganale con il Documento Amministrativo Unico (DAU).
  4. Versare l’IVA dovuta al momento dello sdoganamento o tramite reverse charge.
  5. Conservare la documentazione fiscale per eventuali controlli futuri.

In entrambi i casi, l’organizzazione e la precisione sono fondamentali.

Come determinare la base imponibile dell’IVA sulle importazioni?

Un altro appunto indispensabile da chiarire, al fine di illustrare l’argomento con sufficiente dovizia, è la determinazione della base imponibile. Nel calcolo dell’IVA all’importazione, per l’appunto, la base imponibile include il valore dei beni dichiarato in dogana, i costi CIF, ovvero i costi di trasporto da quando la merce lascia il magazzino del fornitore fino al punto doganale in Italia – includendo l’eventuale assicurazione pagata – e, infine, gli eventuali dazi doganali, calcolati sui costi CIF addizionati al valore della merce. 

Ad esempio, nell’importazione di un macchinario dal valore di €10.000, con costi CIF di €500 e dazi doganali del 5%, la base imponibile sarà:

(10.000 + 500) + 5% = 11.025.

Questo importo costituisce la base su cui calcolare l’IVA sulle importazioni da versare. Un errore comune è dimenticare di includere tutti i costi aggiuntivi nel calcolo della base imponibile, come le spese assicurative. Proprio per questo, gli importatori devono prestare attenzione a ogni dettaglio.

Si evidenzia, inoltre, che è necessario stabilire con precisione la tipologia della merce anche da un punto di vista merceologico, sia per l’applicazione dell’esatto trattamento daziario e fiscale, sia per accertare l’eventuale necessità di licenze o l’esistenza di restrizioni all’importazione.

La corretta determinazione della base imponibile è essenziale per evitare contestazioni da parte delle autorità doganali. Gli errori possono portare a sanzioni e ritardi nel processo di sdoganamento, con conseguenze negative sull’intera catena logistica. Per questa ragione, molte aziende investono in consulenti doganali per ridurre rischi e costi nascosti.

Come ridurre l’Impatto dell’IVA sulle Importazioni

A questo punto, ecco alcune strategie che possono tornarti utili:

  1. Usa depositi IVA per posticipare il pagamento fino alla vendita dei beni, migliorando la gestione finanziaria.
  2. Ottimizza il flusso di cassa con il reverse charge, registrando l’IVA direttamente nella dichiarazione periodica.
  3. Pianifica con esperti doganali, che possono aiutarti a identificare opportunità per minimizzare costi e rischi e rispettare le normative.
  4. Sfrutta agevolazioni fiscali, dove applicabili, come regimi di esenzione o riduzione dell’IVA per specifiche categorie di beni.
  5. Considera soluzioni tecnologiche, come software di gestione fiscale per automatizzare i calcoli e semplificare le procedure.

Errori da evitare

E, non meno importanti rispetto alle strategie, ti segnaliamo alcuni errori comuni che possono portare a sanzioni o ritardi:

  • Dati errati nella dichiarazione doganale: fornisci informazioni precise.
  • Calcoli sbagliati della base imponibile: assicurati di includere tutti i costi rilevanti.
  • Mancato rispetto delle scadenze: pianifica in anticipo per evitare penalità.

Strumenti digitali e software di gestione possono semplificare notevolmente i processi legati all’IVA sulle importazioni. Dalla compilazione automatica dei moduli alla verifica dei calcoli, l’adozione di tecnologie avanzate riduce il rischio di errori e migliora l’efficienza complessiva. Inoltre, in un mercato sempre più globalizzato, va detto che questi strumenti sono ormai divenuti indispensabili.

Gestire l’IVA sulle importazioni richiede conoscenze normative e una pianificazione attenta. Comprendere come calcolare la base imponibile, scegliere le migliori strategie di pagamento e rispettare gli adempimenti fiscali ti consentirà di ottimizzare i costi e migliorare l’efficienza della tua attività di commercio internazionale. 

Per maggiori informazioni o per una consulenza personalizzata, non esitare a contattarci!

Zone Economiche Speciali (ZES): Un’opportunità strategica per il commercio globale

03.11.2025
Mappa del globo blu con interconnessioni tra i vari paesi che identificano le Zone Economiche Speciali

Le Zone Economiche Speciali (ZES) rappresentano uno degli strumenti più efficaci per incentivare lo sviluppo economico e commerciale in diverse aree del mondo. infatti, grazie alla combinazione di agevolazioni fiscali, semplificazioni burocratiche e incentivi per le imprese, queste zone offrono opportunità uniche per aziende che desiderano crescere e ampliare la propria presenza sui mercati internazionali. Ma cosa sono esattamente le ZES e come possono le imprese beneficiarne?

In questo articolo analizzeremo nel dettaglio il funzionamento delle ZES, esplorando i loro vantaggi, le opportunità offerte alle aziende e gli esempi di successo a livello globale. Inoltre, discuteremo le criticità legate a questo modello economico e le prospettive per il futuro, fornendo alle imprese una guida chiara su come sfruttare al meglio queste zone. 

Pronti? Partiamo!

Cosa significa Zona Economica Speciale?

Le Zone Economiche Speciali sono aree geograficamente definite in cui vengono applicate normative fiscali e amministrative favorevoli per incentivare le attività produttive e commerciali. L’obiettivo principale è quello di stimolare gli investimenti, migliorare l’export e favorire lo sviluppo industriale.

In pratica, una ZES è un’area che offre condizioni particolarmente vantaggiose alle imprese, ad esempio riducendo la pressione fiscale, semplificando le normative burocratiche e garantendo un accesso facilitato ai mercati esteri. Spesso situate in prossimità di porti e interporti strategici, queste zone sono pensate per agevolare il commercio internazionale e favorire l’industrializzazione locale.

A livello globale, le ZES si sono rivelate uno strumento efficace per attrarre capitali esteri e migliorare la competitività di un paese. Infatti, grazie alla loro capacità di ridurre le barriere all’ingresso per gli investitori, rappresentano una leva di crescita economica, soprattutto per le regioni meno sviluppate.

Quali sono le zone ZES 2024-2025 in Italia?

A partire dal 1° gennaio 2024, l’Italia ha introdotto la ZES Unica per il Mezzogiorno, che riunisce le precedenti ZES in un’unica struttura. Questa riforma riguarda otto regioni: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna.

La decisione di unificare le ZES esistenti nasce dall’esigenza di semplificare e rendere più efficiente l’accesso agli incentivi e agli strumenti di supporto per le imprese. In effetti, in passato la gestione frammentata delle ZES ha reso difficile per le aziende orientarsi tra normative diverse e procedure complesse. Con la nuova ZES Unica, invece, l’intero sistema è stato centralizzato, con l’obiettivo di attrarre investimenti più consistenti e garantire maggiore coerenza nell’applicazione degli incentivi.

I settori coinvolti spaziano dalla logistica all’industria manifatturiera, dall’agroalimentare alla trasformazione delle materie prime. Questo significa che, analogamente a quanto accade in altre economie emergenti, sia le grandi aziende che le PMI possono trovare opportunità interessanti all’interno delle ZES, specialmente quelle orientate all’export.

Quali sono i vantaggi della zona ZES?

Le Zone Economiche Speciali offrono una serie di vantaggi significativi alle imprese che decidono di investire al loro interno. Uno dei principali benefici riguarda le agevolazioni fiscali, che permettono alle aziende di ottenere crediti d’imposta fino al 100% sugli investimenti effettuati. Questo incentivo è stato pensato per stimolare la crescita delle attività produttive e industriali, offrendo un vantaggio concreto a chi decide di stabilirsi in una ZES.

Inoltre, in aggiunta ai benefici fiscali, le ZES garantiscono anche semplificazioni burocratiche, un aspetto fondamentale per le imprese che spesso si trovano ad affrontare iter amministrativi lunghi e complessi. In altre parole, la possibilità di accedere a procedure semplificate e tempi di autorizzazione ridotti permette alle aziende di avviare e gestire le proprie attività in maniera più snella ed efficiente.

Un ulteriore vantaggio è rappresentato dall’esenzione dai dazi doganali per le merci destinate alla trasformazione e successiva esportazione. Questo beneficio consente alle imprese di ridurre significativamente i costi operativi e di aumentare la loro competitività sui mercati internazionali. Inoltre, le ZES spesso godono di una posizione strategica, con infrastrutture logistiche avanzate, come porti, aeroporti e snodi ferroviari, che facilitano il trasporto e la distribuzione delle merci.

Per accedere a questi vantaggi, tuttavia, esistono dei criteri da rispettare. In particolare, possono beneficiare delle agevolazioni solo i progetti di investimento con un costo complessivo pari o superiore a 200.000 euro. Questo requisito è stato introdotto per garantire che le risorse vengano destinate a iniziative di effettiva rilevanza economica e industriale. Inoltre, il tetto massimo di investimento agevolabile è fissato a 100 milioni di euro per progetto, un limite pensato per mantenere il controllo sull’erogazione degli incentivi e assicurare un utilizzo equo delle risorse disponibili.

Le ZES non sono solo un’opportunità per le grandi aziende, ma anche per le piccole e medie imprese che intendono espandersi e competere su scala globale. Infatti, grazie alla combinazione di incentivi fiscali, semplificazioni burocratiche e infrastrutture strategiche, queste zone rappresentano un’opzione interessante per chi cerca di ridurre i costi di produzione e aumentare l’efficienza operativa.

Chi può usufruire delle ZES?

Le ZES sono accessibili a tutte le imprese, indipendentemente dalla loro dimensione. Tuttavia, per usufruire dei benefici è necessario soddisfare alcuni requisiti fondamentali. In primo luogo, le aziende devono mantenere l’attività all’interno della zona per almeno cinque anni e presentare un piano di investimenti dettagliato. Questo permette di garantire che gli incentivi siano utilizzati per progetti solidi e duraturi.

Inoltre, non possono accedere alle agevolazioni le imprese in fase di liquidazione o scioglimento. Alcuni settori, come l’industria siderurgica, la produzione di energia e il settore finanziario, sono esclusi dai benefici, in conformità con le normative europee sugli aiuti di Stato.

Esempi di Zone Economiche Speciali di Successo nel Mondo

Le ZES sono state implementate con successo in molte parti del mondo, dimostrando la loro efficacia nel favorire la crescita economica.

Shenzhen, Cina

Negli anni ’80, Shenzhen era un piccolo villaggio di pescatori. L’istituzione della ZES ha trasformato questa località in una delle città più industrializzate del mondo, attirando investimenti per miliardi di dollari e diventando un centro nevralgico per la tecnologia e la produzione.

Jebel Ali Free Zone, Dubai

La Jebel Ali Free Zone (JAFZA) è una delle zone economiche speciali più importanti del Medio Oriente. Situata nei pressi del porto di Dubai, è un hub strategico per il commercio globale e ospita oltre 9.500 aziende provenienti da tutto il mondo.

Zone Economiche Speciali in Polonia

La Polonia ha istituito diverse ZES che hanno attratto miliardi di euro in investimenti, generando oltre 280.000 nuovi posti di lavoro. Questo modello ha contribuito significativamente allo sviluppo industriale del paese e alla sua integrazione nei mercati globali.

Le criticità delle Zone Economiche Speciali

Nonostante i numerosi benefici, le ZES presentano alcune criticità che devono essere attentamente valutate. Per esempio, una delle principali sfide riguarda la complessità burocratica, che in alcuni casi può rallentare l’accesso agli incentivi e creare difficoltà amministrative per le imprese.

Inoltre, un altro aspetto da considerare è l’impatto ambientale. L’espansione industriale in aree ZES può avere effetti negativi sull’ecosistema locale, soprattutto se non vengono adottate misure di sostenibilità adeguate. Esiste, poi, il rischio di distorsioni di mercato, con le aziende situate fuori dalle ZES che potrebbero trovarsi in condizioni di svantaggio competitivo rispetto a quelle che operano all’interno di queste zone agevolate.

Nonostante ciò, le Zone Economiche Speciali rappresentano un’opportunità straordinaria per le imprese e per lo sviluppo economico del territorio. L’introduzione della ZES Unica per il Mezzogiorno in Italia conferma l’importanza di questi strumenti per incentivare gli investimenti e migliorare la competitività del paese a livello globale.

Guardando al futuro, sarà fondamentale garantire una gestione efficace e trasparente delle ZES, affinché possano continuare a rappresentare un vantaggio concreto per le aziende e per le economie locali.

In conclusione, per le imprese che operano nella logistica internazionale, come CTI, le ZES offrono un’opportunità unica per ottimizzare le operazioni e accedere a nuovi mercati. Se la vostra azienda sta valutando un investimento nelle ZES, CTI è pronta ad aiutarvi con soluzioni logistiche su misura per supportare il vostro successo.

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DAP Incoterms: Delivered at Place

07.22.2024

Andiamo ad approfondire uno degli Incoterms 2020, le regole per transazioni commerciali nazionali e internazionali in termini di proprietà, pagamento e consegna: oggi parliamo di DAP, ossia “Delivered at Place”, che spesso viene associato a DDP, “Delivered Duty Paid”. Cosa significano e come differiscono? Quali sono i vantaggi? 

DAP: significato / Cosa vuol dire Delivered at Place? 

L’incoterm DAP è una clausola che prevede la “consegna sul posto”, ossia il venditore mette a disposizione del destinatario la merce in un luogo concordato, ma senza occuparsi dello scarico del mezzo: mantiene, quindi, la responsabilità dei beni spediti sino a quel momento.  

È quindi il venditore ad avere l’obbligo di occuparsi dello sdoganamento per l’esportazione e sopportare tutti i rischi legati alla consegna della merce nel punto concordato, come ad esempio:  

  • Furto 
  • Smarrimento 
  • Danni 
  • Distruzione. 

Qualora occorra uno di questi avvenimenti, o nel caso di qualsiasi altra inadempienza, il venditore rimane responsabile nei confronti del buyer.
Quando un trasporto attraversa più paesi, con la resa DAP sarà il venditore a occuparsi anche delle formalità che potrebbero rendersi necessarie in uno qualsiasi dei paesi di transito.
Il compratore, invece, si deve occupare di: 

  • Sdoganamento per l’importazione 
  • Transito post-consegna 
  • Eventuale trasporto post-consegna attraverso paesi terzi. 

DAP Incoterms: chi paga il trasporto? 

Come dicevamo anche in questo articolo, la clausola DAP Incoterms 2020, come anche DPU e DDP, appartiene al gruppo D: questo gruppo di clausole prevede che, a prescindere dal mezzo di trasporto utilizzato e al numero di trasporti necessari, il venditore sosterrà le spese e i rischi fino alla consegna nella destinazione finale della merce, che non ricadranno mai sullo spedizioniere coinvolto. 

Nella pagina del sito CTI dedicata, potete vedere una tabella riassuntiva che indica quali costi sono imputabili al venditore e quali al compratore. Nella riga corrispondente al DAP, troverete che al venditore spettano le spese fino allo scaricamento: 

  • Trasporto merce fino a consegna/destinazione 
  • Sdoganamento all’esportazione 
  • Consegna documenti di trasporto 
  • Controllo merce all’esportazione 
  • In casi eccezionali: costi di scaricamento, se previsto dal contratto di trasporto.  

Una volta che il carico è arrivato a destinazione, la responsabilità passa al destinatario che si occuperà anche di qualsiasi altra spesa legata all’importazione: 

  • Importazione 
  • Sdoganamento a destinazione 
  • Eventuale giacenza nel luogo di destinazione 
  • Scarico in magazzino 
  • Eventuali altri trasporti post-consegna. 

Incoterms: DDP vs DAP 

L’incoterm DAP viene spesso accostato al DDP, un altro incoterm del Gruppo D, che significa “Delivered Duty Paid”, cioè resa sdoganata. Questa clausola è quella che comporta il massimo livello di obblighi per il seller. La differenza sostanziale tra DDP riguarda la responsabilità dello sdoganamento all’importazione. 

Entrambe le clausole prevedono che il venditore sia responsabile delle merci sino all’arrivo al punto di destinazione, senza obbligo di scaricamento del mezzo. Nel caso del DDP, però, è sempre il venditore che ha l’onere, e quindi la spesa, dello sdoganamento non solo all’esportazione, ma anche per l’importazione e di tutte le formalità doganali. 

Saranno a carico sempre del venditore, anche IVA o altre imposte simili per l’importazione eccetto diversi accordi nel contratto di vendita. 

Se hai bisogno di maggiori informazioni siamo a tua disposizione: contattaci!